Afroamericane, nate e cresciuto a Compton, un sobborgo ad alto tasso di criminalità di Los Angeles a vent'anni sono miliardarie senza violare la legge. Il miracolo delle sorelle Williams si è compiuto grazie allo sport, ad un padre-padrone che le ha costruite per vincere e ai superpoteri fisici-atletici di cui la natura le ha provviste. Venus e Serena, selezionate e addestrate come due pitbull, negli ultimi tre anni hanno addentato cinque titoli del Grande Slam in singolare e quattro in doppio. In forza di questo strapotere si sono trovate di fronte in finale agli US Open 2001. In quella circostanza vinse Venus, la maggiore. E sempre a lei è toccato l'onore di essere la prima afro-americana a raggiungere la posizione numero 1 nel rankig mondiale del tennis, sia in campo femminile che maschile. Un obbiettivo duramente perseguito applicando una ricetta tutto sommato semplice: tirare più forte delle avversarie. Sulle orme dei pugili di colore le Williams hanno capito che per emergere dal ghetto occorreva picchiare; così hanno fatto del tennis un esercizio di potenza atletica, uno sport di tremende mazzate, anche se tirate attraverso la pallina. Venus e Serena agiscono come perfette macchine da guerra: fisico straordinario (1,85 m per Venus, 1,73 per Serena), determinazione feroce e fede nel loro destino di elette (sono testimoni di Geova). Del resto le hanno programmate per vincere praticamente dalla culla: papà Richard mise loro in mano la prima racchetta a quattro anni e da allora comanda e dispone del futuro delle figlie, che ha voluto invincibili sul campo ma anche brave e studiose. Una strana famiglia quella Williams: un padre manager, cinque figlie dai nomi improbabili (le altre tre si chiamano Yetunde, Isha e Lyndrea), legami strettissimi, affari e affetti intrecciati a costuituire un vero e proprio clan. Se esiste qualche rivalità tra le due campionesse nulla traspare all'esterno: giocano insieme in doppio e quando il tabellone le mette una contro l'altra (il bilancio degli scontri diretti è di cinque vittorie per Venus, una per Serena) si profondono in abbracci e zuccherosissime dimostrazioni d'affetto sororale.
Con i muscoli sempre in bella mostra, fasciate dai loro completini aderenti, pronte e sfoggiare sorrisi e banalità per i media, le amazzoni dalla pelle d'ebano stanno ripagando abbondantemente gli investimenti della famiglia degli sponsor. Più che del black power, funzionano come testimonial di quel girl power commerciale e furbetto che serve a vendere dischi, gadget e in questo caso scarpe e racchette agli adolescenti di mezzo mondo.
Avrebbe potuto diventare una grande giocatrice di basket, una decathleta, una regina delle piste di atletica, oppure una modella. Con il fisico che si ritrova, aveva solo l'imbarazzo della scelta. Approdata al tennis e alle semifinale degli US Open a soli 18 anni, nel 2000 ha ottenuto la sua consacrazione vincendo Wimbledon e US Open. Avendo il temperamento della primadanna ed essendo nettamente più forte delle avversarie è anche capace di perdere per distrazione o malavoglia, ma quando decide di fare sul serio e funziona il bazooka del servizio non c'è nessuno che le può tenere testa.
Spalle da culturista, gambe da calciatore, Serena Willima non ha le forme eleganti e flessuose della sorella. La si potrebe considerare il brutto anatrocolo al cospetto del cigno, se non esistesse un animale che come giocatrice di tennis la rappresenta meglio: il pit bull. Temperamento da fighter, gioco muscolare, bordate da fondo campo: con queste caratteristiche la più piccola delle Williams ha portato in dote alla famiglia il primo trofeo del Grande Slam, gli US Open nel 1999. È il prototipo del nuovo tennis femminile che si fa sempre più virile.
Saranno anche brave, nessuno lo vuole negare, ma non si fanno apprezzare solo per il dritto e il rovescio . Nel tennis femminile la lotta per il primato esce dall'ambito strettamente sportivo e diventa una questione di immagine, di sex appeal e di "misure" giuste. Chris Evert e Martina Navratilova, le signore del tennis di una volta, hanno lasciato il posto a una nuova leva di ragazzine che esibiscono altre qualità oltre a quelle tecnico-atletiche. Le lolite della racchetta (come ogni lolita che si rispetti) sono tutt'altro che inconsapevoli: sanno stare benissimo davanti alle telecamere, fanno le finte ingenue, professano fede assoluta nella famiglia e nello sponsor e tengono a ragionevole distanza le frotte di adolescenti in piena tempesta ormonale che farebbero qualunque cosa per un loro polsino. Le top del tennis non sono diverse dalle top della moda: altere e inaccessibili, viziate e disadattate, stanno sul campo come su una passerella. In fondo quando perdono si è molto più contenti.