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   QUANDO VINCEVAMO...

Adriano Panatta Adriano Panatta. Si allenava in maniera discontinua (sul campo, perché col gentil sesso si dava da fare eccome) ma, ai tempi, chi aveva un braccio d'oro se lo poteva permettere. Serviva e giocava al volo come pochi, era un po' più debole da fondocampo. È stato l'ultimo nostro grande con la G maiuscola (preceduto da Pietrangeli). Purtroppo non ha iniziato a vincere presto e non è neppure durato molto. Affetto dalla sindrome di Dunlop (quella delle gomme, non delle racchette) è infatti ingrassato di cinquanta chili poco dopo il ritiro. Lo rimpiangiamo (come giocatore: da tecnico è meglio lasciar stare).


Corrado Barazzutti Corrado Barazzutti. ”Soldatino Di Livio alè”, verrebbe da dire. Giocava tre ore e sbagliava al massimo una palla. A parte buttarla di là non sapeva fare molto altro, ma era sufficiente per ridurre allo sfinimento tutti quelli più lenti o discontinui di lui, cioé la maggioranza. Le buscava, però, con regolarità da tutti i migliori (Borg, Connors, McEnroe, Vilas, Gerulaitis e soci). Ieri storcevamo il naso perché non era un virtuoso, oggi sarebbe il nostro idolo. Dopo aver tirato badili di letame sulla FIT, ha deciso di arrivare alle estreme conseguenze: è infatti diventato il capitano di Coppa Davis. Coerente.


Paolo Bertolucci Paolo Bertolucci. Era sovrappeso come nemmeno i giocatori da dopolavoro ferroviario. Insieme a Panatta, però, formava una coppia di doppio infallibile. Aveva un rovescio da urlo. Troppo pigro ed attaccato agli spaghetti, non ha vinto quanto avrebbe potuto, ma valeva tre o quattro Nargisi messi insieme. Buon capitano di Davis, ora commenta per Stream rintuzzando gli sproloquii di Lea Pericoli e tirandosela un po' troppo. Giocatore di peso, in ogni senso.





Paolo Cané Paolo Cané. Paolino la Peste, classe 1965, sembrava appena uscito da un manicomio. Occhi a palla, fisico secco, capelli ricci (e unti, o sudati: non si è mai capito) alle spalle. Però ci sapeva fare, eccome. Memorabili i suoi pianti sulle spalle di Panattone mentre demoliva la fotocopia di Borg, ovvero Mats Wilander. Ha messo paura, in certi giorni, a Lendl e compagnia briscola, ma perdeva troppe partite facili per poter diventare uno dei migliori. Nota di demerito: a 36 anni suonati continua a giocare, rimediando magre figure nei torneini per giovani affamati di gloria. Basta, per cortesia.


Omar Camporese Omar Camporese. Uno scherzo della natura. Con il braccio poteva fare i buchi per terra (chiedere a Becker, Edberg, Courier, insomma a tutti) ma aveva il fisico di Pippo. Piedi piatti, gambe molli, un po' bolso. Da fermo, sembrava il Dio Tennis. Atleticamente, una sciagura. Altrimenti non si sarebbe fermato al numero 18 della classifica mondiale. Sta provando a fare qualcosa, dopo il suo ritiro, ma non si sa cosa.





Andrea Gaudenzi Andrea Gaudenzi. 28 anni, l'ultimo tennista consistente prodotto dalla patria Italia. Peccato che, per diventarlo, sia dovuto emigrare in Austria, dove gli hanno spiegato che, se si resta in albergo a guardare Eurosport, non si sollevano le coppe. Infatti è tornato dai monti del Nord con 15 chili in più di muscoli e si è costruito una dignitosissima carriera, rovinata un po' dagli infortuni ed un po' dalla tendenza ad aspettare i regali altrui in campo. Fino a qualche anno fa, aspettare alla cassa rendeva bene; oggi, se giochi a tirala di là sperando che non torni di qua chiunque, dalla serie B in su, ti passa sopra come un rullo. Roccioso.

Gianluca Pozzi Gianluca Pozzi. In fondo alla lista perché, pur avendo l'età di Cané, ha preso a fare risultati solo passata la trentina, dopo anni ed anni di semina con grandi fatiche e magre soddisfazioni. Gioca un tennis che si vede solo nei filmati in bianco e nero, fatto di palle lente, smorzate, pallonetti, volée tocchi in controtempo. Molti top players di oggi ci sbattono contro (e ci perdono) perché non sono capaci di giocare a tennis, ma solo di cannoneggiare da fondocampo. Pezzo Unico.

  di Federico Ferrero
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