Quello che le sessantamila persone pigiate sugli spalti dello stadio Bombonera di Buenos Aires volevano esprimere era in fondo una professione di fede: "Non avremo un altro numero dieci all'infuori di te". E quando il loro dio è apparso, grasso, gonfio e malfermo sulle gambe, lo hanno riconosciuto ugualmente e con le lacrime agli occhi hanno continuato a cantare il suo nome, ispirati da un sentimento bello e doloroso, quello che mescola amore e nostalgia. E l'idolo, un idolo malato e fragile, senza più alcun potere o magia da esibire, ha fatto l'unica cosa che poteva fare per ricambiare le invocazione dei suoi fedeli: piangere. Non c'è stato altro da vedere nella partita di addio di Maradona al calcio, l'ultima (ma non è detto) della serie: nessuno spettacolo sportivo, nessun numero d'alta scuola, nessuna traccia della grandezza di un tempo. Diego come calciatore non esiste più. Non riesce nemmeno più a correre. Il suo corpo flaccido e stanco è buono forse per una campagna sui danni causati dalla droga, dagli psicofarmaci o dall'alcol; tutto il resto gli è precluso. Si prova pena a vedere Maradona oggi. Capisci che è un uomo finito, senza futuro. Non sembra esserci salvezza o redenzione nella sua vicenda. Come le stelle più brillanti si è consumato a velocità doppia rispetto a tutti gli altri: era un genio (calcistico) e non si è risparmiato alcuna sregolatezza. La partita di sabato più che una celebrazione o una festa d'addio è stato il funerale agonistico del campione. I tifosi l'hanno capito perfettamente e hanno voluto ricordare Maradona com'era: come un re, un eroe, un dio del pallone. Qualcosa di più bello e prezioso di quel corpo sfatto impietosamente ripreso dalle telecamere.
Gentile redazione di Clarence,
La compilation delle azioni più belle di Maradona mi sembra non possa essere assolutamente considerata completa senza l'inserimento di quell'autentico capolavoro, di quel gesto che racchiude tutta la bellezza e poesia del calcio che voglio qui sotto sottoporre alla vosta attenzione.