Dopo aver scalato anche le cascate di ghiaccio più difficili e precarie, qualche pazzoide made in USA non ancora soddisfatto ha deciso che alzare la posta. Così ha inventato e battezzato una nuova disciplina: il dry tooling. Il gioco consiste in questo: utilizzare ramponi e piccozze per salire lungo pareti di roccia verticali e stapiombanti per poi agganciarsi a candele e colonne di ghiaccio sospese nel vuoto e inerpicarsi delicatamente su queste fragili formazioni che la gente normale guarda solo da lontano per paura che gli crollino in testa. In italiano dry tolling si potrebbe tradurre con arrampicata estrema su terreno misto di ghiaccio e roccia. Il successo di questa superspecialità è più mediatico-pubblicitario che di praticanti. Solo una élite ristrettissima di scalatori di eccellenza si dedica al dry tooling. Le loro performance finiscono sulle copertina delle riviste specializzare, fanno immagine per le aziende che costruiscono gli attrezzi e provocano brividi di ammirazione e paura negli alpinisti della domenica. Il meccanismo dell'emulazione è però inibito dal divario mostruoso di forza, tecnica e abitudine al pericolo che separa i grandi atleti fotografati sulle stalattiti di ghiaccio sospese nel vuoto dai comuni mortali. Mauro 'Bubu' Bole e Steve Haston, per citare due mostri sacri del dry tooling, sono visti come marziani anche dagli alpinisti più forti. La loro imprese sono paragonabili per coefficiente di difficoltà tecnica ad un esercizio di Yuri Chechi agli anelli. La dinamica è quella: una sequenza perfetta di movimenti che presuppongono doti naturali e una preparazione fisica eccezionale. Senza considerare che la prospettiva di precipitare a terra attaccato a un pezzo di roccia o di ghaccio come Wile E. Coyote non è priva di sgradevoli implicazioni psicologiche. Tanto che guardando questi signori in equlibrio sul nulla, ci si sente quasi fieri dei propri limiti e felici di svolgere un tranquillo lavoro d'ufficio.