Il campionato mondiale rally, alla sua terza prova in questi giorni sulle strade della Corsica, non ha la stessa fama e copetura mediatica della Fornula 1, ma lo zoccolo duro degli appassionati non ha alcun dubbio: la tecnica e la grinta, ovvero il manico e le palle del pilota si misurano sull'asfalto, la neve o gli sterrati del WRC, non sulle piste levigate della F1. Meno immagine e più sostanza, meno elettronica e più controsterzo: un mondo più ruspante, corsaro e terrigno di quello dorato di Schumacher & co. Con machine derivate da quelle di serie, ma tirate fino a potenze di 300 cavalli, i piloti di rally corrono sulle nostre stesse strade, nei tratti di trasferimento devono anche rispettare il codice della strada per poi lanciarsi nella prove speciali, rodei adrenalinici dove non esiste tattica o calcolo, perché l'avversario è il cronometro e non puoi far altro che spingere al massimo. Sport di strada e di contatto con il pubblico il rally serve anche a sperimentare e poi vendere automobili, crea una mitologia minore e più accessibile di marche e modelli; a partire dalla Lancia Fulvia HF, passando per la Stratos, la Delta integrale, la Toyota Celica, fino ad arrivare alla Peugeot 206, alla Mitsubishi Lancer e alla Subaru Impreza dei tempi più recenti. Per conoscere meglio il pianeta rally "salite" su questo speciale di storie, video e immagini, meno patinate di quelle che si vedono solitamente in tv, ma sicuramente più genuine.
IL MONDIALE 2002
Quattordici prove, da gennaio a novembre, con una contimua alternanza di tracciati e terreni. Dall'asfalto di Montecarlo, alle nevi della Svezia, passando per gli sterrati di Cipro, Argentina e Kenya. Nessun favorito: ogni appuntamento fa storia a sé.
Nelle macchine la sfida è tra le marche giapponesi (Subaru, Hyundai, Mitsubishi) e quelle europee (Citroen, Skoda, Peugeot, Ford). Tra i piloti la scuola nordica se la vede con quella franco-spagnola e britannica. Italiani? Nessuno.