
Non è colpa di Roma, intendiamoci, ma il paradosso di un tour con tappe forzate ha prodotto una sorta di anarchia delle classifiche: tutti possono battere tutti, troppi si infortunano con una facilità
disarmante, compreso il Re della terra battuta Kuerten, e si finisce per fare affidamento sui grandi vecchi della racchetta (vedi Andre Agassi, 32 anni ma una forma fisica da modello di Gucci). E i
giovani? Tanti, ma nessuno decisivo: gioca bene la speranza USA Andy Roddick, mentre non ne azzecca più una il principino iberico Juan Carlos Ferrero; si affacciano nel
tabellone ma se ne vanno in fretta ex stelle del firmamento come Kiefer (a 25 anni sembra già un pensionato), lunatici come Kafelnikov, malati perenni come Magnus Norman (altro 25enne che pareva un trattore nel 2002, mentre oggi assomiglia ad una Diane 2 cavalli).
Chi vincerà? Diciamolo: poco importa. Non c'è più modo di seguire la
carriera di un campione e di appassionarsi al suo gioco, né di assistere
alle sfide "storiche" - non si chiede un Borg-McEnroe, ma i duelli sono ormai del tutto scomparsi -, né di fare vero tifo. Si guarda il tennis come si va allo zoo, senza bandiere, si applaude un
diritto di Blake qua ed un rovescio di Safin là, si assiste ad un mezzo
set in cui Pavel gioca come Nastase, in cui Mirnyi sembra Edberg e
poi...tanti saluti.
Si poteva scommettere su Rios, uno che ha già vinto a Roma e che stava
giocando un tennis favoloso...che fine ha fatto? Infortunato,
ovviamente. Quest'anno è la terza volta che gli succede. Chi vuole
buttare un euro può ripiegare su Tommy Haas, apprezzato per un rovescio mostruoso e per un
fisico che fa urlare le ragazzine. Meglio di niente, certo, ma il ristorante ha finito da tempo le aragoste: il menu del giorno è pane e mortadella.
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