Una volte era re, danzava come un farfalla e pungeva come un'ape, parlava come un profeta. Adesso si muove con estrema lentezza, le sue parole sono bisbigli incomprensibili, lotta strenuamente con una malattia (il morbo di Parkinson) che lo sta ridicendo a una statua vivente ma per uno strano paradosso nessuno dubita più che lui, Muhammad Ali, sia il più grande. Recentemente gli hanno consegnato un nuovo trofeo, il "World Sports Awards of the Century", una sorta di oscar assegnato agli sportivi più rappresentativi in undici differenti categorie: tra Michaael Jordan, Nadia Comaneci, Pelé, Mark Spitz, Carl Lewis e altri big dello sport la rigida figura del gigante nero ha riscosso l'applauso più lungo. Le vittorie sportive, i tre titoli mondiali conquistati non descrivono che una parte della leggenda, del combattente che ha sfidato e spesso vinto contro avversari ben più temibili e subdoli di quelli incontrati sul ring: la povertà, il pregiudizio, il razzismo, il conformismo, la malattia.
LA SUA STORIA
Cassius Marcellus Clay Jr. nasce il 17 gennaio 1942 a Louisville in Kentucky e inizia a boxare a 12 anni.
Nel 1960 conquista la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma, categoria massimi leggeri.
A soli 22 diventa campione mondiale dei massimi mettendo k.o. il detentore Sonny Liston. Il giorno successivo annuncia la sua conversione all'Islam e prende il nome di Muhammad Ali.
Nel 1967 per il suo rifiuto a prestare servizio militare in Vietnam, viene privato della licenza di pugile e condannato cinque anni di reclusione.
Nel 1970 il ricorso presentato da Ali alla Corte Suprema viene accolto e il verdetto precedente annullato. Torna a combattere e perde ai punti contro Joe Frazier: dopo 15 round violentissimi tutte e due i pugili vengono ricoverati in ospedale.
Riconquista il titolo mondiale nel 1974 battendo per k.o. George Foreman.
Perde il titolo mondiale nel febbraio 1978 a lo riconquista a settembre dello stesso anno battendo Leon Spinks.
Nel 1979 annuncia il suo ritiro; torna a combattere in due occasioni ma è solo l'ombra del grande pugile di un tempo.
Il progredire del morbo di Parkinson gli causa enormi difficoltà nel movimento e nella parola. Nel 1996 inaugura le Olimpiadi di Atlanta portando la fiaccola per gli ultimi metri e accendendo il fuoco rituale.
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LE SUE PAROLE
"Keep asking me, no matter how long
On the war in Vietnam, I sing this song
I ain't got no quarrel with the Viet Cong".
"Sentivo che se l'avessi ripetuto un numero sufficiente di volte avrei convinto il mondo di essere il più grande".
"Vi dico: studiate, curate la vostra istruzione. Diventate un elettricista, un meccanico, un dottore, un avvocato ma non un pugile. In questo campo i manager mettono in tasca i soldi e durano più a lungo".
"È la mancanza di fiducia che rende la gente timorosa nell'accettare le sfide; io ho sempre creduto in me stesso".
"Se i miei fan credono che io possa fare tutto quello che dico, significa che sono molto più pazzi di me".
"L'amicizia è qualcosa difficile da spiegare. Non si insegna a scuola. Ma se tu non hai compreso il significato dell'amicizia, vuol dire che non hai capito proprio nulla".
"Devono uccidermi prima di vedermi sconfitto. E io non sono uno che muore facilmente".
Nel 1974 nella capitale dello Zaire, Kinshasa, il manager Don King organizzò l’incontro pugilistico del secolo: il mondiale dei pesi massimi tra George Foreman e Muhammad Ali. L’evento, da semplice avvenimento sportivo, si trasformò in una manifestazione politica a favore dell’orgoglio nero e del mondo africano. Mobutu, dittatore dello Zaire, mettendo in palio una borsa di dieci milioni di dollari, effettuò una furba operazione di immagine. Ma il vero protagonista fu uno solo: il grande Muhammad Alì. Approfittando di un rinvio del match di sei settimane per un infortunio subito da Foreman in allenamento, Ali mise in atto una strategia di demolizione psicologica dell'avversario. Accreditandosi come il vendicatore, il campione della razza nera, scendendo nella strade tra le gente, riuscì a far apparire l'avversario cone una marionetta, un servo del "white power", uno zio Tom senza qualità. Come in una grande rappresentazione simbolica il legittimo re dell'Africa, del popolo nero doveva riconquistare la corona sottrattagli dell'usurpatore. E le cose andarono proprio così: Alì contro tutti i pronostici mise k.o. Foreman e riconquistò trionfalmente il titolo mondiale dei massimi. Di questa appassionante vicenda è possibile seguire tutti gli sviluppi in un film-documentario uscito nelle sale nel 1997 dopo un lungo e travagliato lavoro di montaggio. Per chi vuole riscoprire la personalità, il carisma e il talento pugilistico del più grande, la visione di When We Were Kings
è un must assoluto.