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Capitani coraggiosi
Al via la sfida finale tra Alinghi e Oracle per il ruolo di challenger: al timone due neozelandesi di lungo corso
Oracle in regata
di Guido Fossati
Nelle prossime notti mentre Bertelli verserà qualche lacrima sui 100 milioni di euro spesi inseguendo la luna, nelle acque capricciose del golfo di Hauraki incroceranno le prue i due migliori challenger della Luis Vuitton Cup, Oracle e Alinghi. I due team finalisti hanno bandiere e sponsor rispettivamente americani e svizzeri, ma lo scheletro e la testa sono neozelandesi in tutto e per tutto. Gli scafi delle due barche, a cui sono stati tolti i veli pochi giorni fa, adottano linee e soluzioni molto simili tra loro, ma soprattutto molto simili a Black Magic, versione 2000, l'imbarcazione che diede una durissima lezione a Luna Rossa e difese vittoriosamente la Coppa. Il timoniere di quell'equipaggio era Russel Coutts, che oggi comanda il pozzetto di Alinghi. Ma anche su Oracle, dopo alcuni avvicendamenti, a reggere la ruota del timone è uno skipper neozelandese, Chris Dickson, un veterano della America's Cup con 113 regate alle spalle. La sfida dal punto di vista velico sarà dunque tra kiwi, una specie di derby prima ancora di vedere in azione la sagoma nera del nuovo defender.
Solo la speranza di vedere finalmente un po' di sano match race, alimenta l'attesa per questo confronto che sulla carta non ha praticamente storia. Alinghi e Oracle si sono già incontare otto volte nelle precedenti fasi della Vuitton Cup: per sette volte è stato il team svizzero a prevalere. la superiorità di Russel Coutts è stata perfino imbarazzante in semifinale quando ha rifilato un secco 4-0 al suo connazionale Dickson. Attraverso i ripescaggi la barca USA ha guadagnato il diritto a disputare la finale, ma è difficile che possa colmare l'handicap tecnico e psicologico accumulato finora. Gli scudocrociati hanno demolito senza spremersi più di tanto tutti i rivali : 21 vittorie su 24 regate. E c'è da scommettere che Russel Coutts, vincitore delle ultime due edizioni della Coppa, non abbia ancora giocato tutte le sue carte. Impassibile, concentrato, ha regatato finora in surplace: il suo carisma di vincente si esercita su compagni e avversari, a volte pare anche sui venti mutevoli di questo tratto di mare. La presenza in finale di Coutts, l'apostata, il mercenario che dopo aver portato al trionfo la vela neozelandese è passato nemico farà salire la febbre di un evento che finora non ha affatto convinto. Troppe regate senza storia, troppa disparità tra i team e troppi rinvii hanno minato l'audience della Coppa. I regolamenti hanno più volte mostrato la corda, specie nell'articolo che impone per lo svolgimento di regata venti inferiori a 23 nodi.
Con queste condizioni un velista dilettante comincia a divertirsi, non si capisce perché barche da 24 metri con 16 uomini di equipaggio debbano restare in porto. È come se le macchine da Formula dovessere rispettare i 140 km/h come limite massimo di velocità.
Paradossi a parte, la Coppa America entra solo ora nel vivo, con il duello tra le due barche indicate fin dall'inizio come candidate al ruolo di challenger. Il rischio è che i lunghi, noiosi preliminari abbiano tolto a molti il gusto di assistere a questo spettacolo.
(10 gennaio 2003)

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