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Avant'indré de la Patrie!
La Francia suona la Persigliese
il commento più inutile e massimalista del mondo a cura di Germano Bovolenta Eccolo lì, Zizù, con quel nomignolo da Peter Pan un po' sdrucito, la chierica da personaggio perdente di Dungeons&Dragon, la "z" sibilante per colpa dell'incisivo-Thomasson che impappina la lingua. Ciànno sempre avuto la erre moscia, i Francesi. Adesso, anche il morale. Les énfants de la Patrie sono invecchiati di colpo, ma mica tanto. Ci hanno messo quattro anni, a invecchiare di quattro anni, come tutti noi: non se ne sono accorti? Non se ne sono accorti che Petit stava tornando veramente quel che significa, piccolo? Che Lebeuf è à la coque? Che Dugarry è un povero Cristophe, ormai? C'è il bambino Trézeguet, un gol per ogni vagito, un vagito per ogni ninna nanna - ma Lemerre, cittì allucinato e allucinante, con quegli occhioni da presule sulla gloriosa panchina che fu di Aimé Jacquet (ciapa ch'el ghè), mica la sa cantare. Né la ninna né la nanna.Erano più di cinquanta milioni sul campo coreano che, come Place de Grève ai tempi del Terrore, ha fatto da palcoscenico di una autentica decapitazione: cinquanta milioni di cisalpini, cinquanta milioni di insulti e disperazione e vaffa anche a Cyssé, che si dice Sìs e invece lo pronunciano, Civoli e compagnia bella, proprio come se fosse francese, quando lo vedono tutti che è un negro. Uno di quei negri tunga tunga, quelli coll'osso di traverso nel naso, ma non è colpa di un pollo che perde nella gola altrui il fastidioso ossicino, bensì dei galletti: galletti arrosto. Cinquanta milioni di galletti arrosto. Hai voglia che aromìno intorno allo stadio. E Zizou che con la gamba fa più tenerezza di Pietro Micca, getta la stampella contro la malasorte avversa e traditora, giochicchia col tacco per lo stupore di un pubblico coreano sottosviluppato per carenza di calcio e vicinanza comunista. Colpa di Clinton? No, purtroppo. Il fato, che i greci dicevano superiore agli dèi (con l'accento come Cyssé, caro Civoli), aveva subito messo fuori gioco cinquanta milioni di galletti appollaiati e ringalluzziti sul divin muscolo di Zinedine. In culo a Le Pen, la penna spelacchiata che ce l'ha su con chiunque non abiti sul suo pianerottolo, avevano pensato i galletti nazionali. In culo al Senegal, che ha ragione Pen che ci vengono a invadere, e si accoppiano con le nostre donne e in cambio ci danno solo accendini, aveva detto la massaia, il fruttivendolo, il cuoco di periferia. I galletti si erano strappate le vesti quando il fato aveva strappato il muscolo dell'Algerino - cuore d'oro, conto in banca pure, tanta ambizione di uscire da quei ghetti tipicamente francesi, dove se sei un gallo in più nel pollaio ti servono con le patate arrosto e chi le mangia è bravo. Sì, l'avevamo capito tutti, miliardi e miliardi di telespettatori che non sono galletti, ma poveri pirla che si nutrono di calcio, più che di magnesio, da qualcosa come poco più di un secolo e basta e avanza. Sì, ci eravamo guardati negli occhi, uno per un uno, miliardi di miliardi, quindi il doppio considerando che gli occhi sono due. L'avevamo capito che questa Francia non era la Francia, ma il Belize, le Azzorre, la Papuasia. Tutt'al più una sua colonia. Per di più acqua di. L'avevamo visto stampato sugli sguardi collosi degli undici galletti spelacchiati, davanti ad altrettanti colleghi che venivano dalla Danimarca, uno stato marcio come aveva ben predetto Shakespeare. Ma, si sa, i calciatori sono ignoranti, Shakespeare non l'hanno mai letto. Il marcio della Danimarca ha attecchito, li ha contagiati. E poi la sfiga. La sfiga pura, come si dice oggi tra i ragazzini che vogliono sembrare più adulti di quel che sono e saranno, col piercing sulla lingua e sugli innominabili gioielli, quelli che prendono e vanno sui ponti a tirar giù sassi in autostrada, oppure ti stuprano in gruppo la suora bruttina, che alle elementari era sempre timida ma secchiona, vestita male, un po' puzzava. La sfiga di due legni, due come gli occhi. Due negri che prendono due legni, avrebbe detto Le Pen, sicuro che con quei legni vogliono sbarcare clandestini a Marsiglia. Dimenticando che Trézeguet non è negro, ma sfigato e basta. Come in un videogame andato male, solo che qui non si ricomincia, si esce, si torna à la maison con l'Air France, quella che ne dà di punti all'Alitalia rispetto ai pasti che ti offre, mica i preconfezionati della ditta Pellegrini, un altro sfigato che, poveraccio, era l'antesignano di Moratti, un altro sfigato pure lui. Ma qui ci sono pochi punti da dare agli altri. Qui i galletti, di punti, ne hanno raccolti pochi: solo uno. E neanche un gol. Tre partite, cinque pali. Tutta storia di legni. E, sui legni, bruciandoli, i galletti fecero arrostire la gallina Giovanna D'Arco. Adesso no, ci sono loro sullo spiedo. E, in fondo in fondo, il galletto alla diavola piace a tutti gli italiani, anche quelli a cui, il Diavolo, non è mai andato giù. Invece cinquanta milioni di galletti allo spiedo vanno giù che è una bellezza. Allons énfants. Chi sarebbe Germano Bovolenta? Germano Bovolenta, retore della Gazzetta dello Sport, è autore di indimenticabili performance linguistiche, quali "Smog. Il termine deriva dalle parole inglesi smoke e fog che sinificano rispettivamente fumo e nebbia. Qualcuno, in sede di presentazione, si era chiesto: cosa si vedrà a San Siro?" o "Poi, come dice spesso il saggista andino José Emiliano La Suerte, ogni cuore ha il suo spavento". La sua prosa, chiaro esempio di stile cristallino e raffinato umorismo, si distingue per capacità di misurare le ellissi scambiandole per eventi. È uno dei giornalisti prediletti da Clarence, che ne ha spesso citato le autorevoli uscite sulla sua rubrica calcistica Melina.
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