Bollettino nippo-coreano per chi non ha nient'altro da tifare
Ma allora è un vizio! Momenti di tensione all'aeroporto di Seul, dove gli
azzurri in partenza hanno incrociato proprio l'odiato arbitro Byron Moreno.
Com'era prevedibile, sono volate parole grosse ed è scappato qualche gesto
nervoso: risultato, cartellini gialli per Vieri, Doni e Gattuso, e nuova
squalifica per Totti, che non potrà salire sull'aereo e sarà costretto a
sostare in sala d'aspetto per due turni.
Col passare delle ore si squarcia il velo sui veri burattinai della
disfatta italiana. Gli alti papaveri coreani non c'entrano: sulla scrivania
di Blatter è stato ritrovato un accorato telegramma del cardiologo di
Trapattoni che implorava di rimandarlo a casa al più presto, a qualsiasi
costo: «E' un povero vecchio, se si fa altre due partite saltando e urlando
come un matto le sue coronarie salteranno in aria». Accanto al telegramma
giaceva una lettera di Vittorio Zucconi il quale, a nome di tutti i
giornalisti italiani, supplicava la Fifa di far cessare al più presto la
tortura del soggiorno coreano: «Niente materassi a molle, niente scrivanie
faraoniche, nessuno che sappia fare un espresso decente e poi questa mania
dei coreani di parlare coreano e tifare Corea. Vogliamo tornare a casa».
Dopo le esagitate reazioni post-sconfitta, tutto il mondo ci dà lezione di
stile. «Gli italiani non sanno perdere - osserva un giornale inglese -,
pianti, proteste e strepiti, e nessuno che abbia avuto la reazione più
logica e ragionevole: sbronzarsi di birra e picchiare un poliziotto». Gli
spagnoli puntano il dito sulla nostra scortesia: «Presentarsi sul campo dei
padroni di casa e pretendere di fare gol: questa è maleducazione».
Un Carraro sereno si prepara ad affrontare l'uragano di critiche: «Non mi
sento il cappio al collo. Solo un fucile alla schiena e un pugnale allo
stomaco». Come Trapattoni, il presidente della Figc fa sapere di non aver
nessuna intenzione di dimettersi: «Creerei un pericolosissimo precedente.
Sarebbe la prima volta in Italia che, dopo un disastro di cui è almeno in
parte responsabile, qualcuno rinuncia alla sua poltrona per decenza e
correttezza. Se poi l'esempio si diffondesse, che ne sarebbe di questo
Paese?»