La mia vita era frammentata ormai in mille esperienze erotiche e io stavo vivendo come uno stato di delirio: una febbre continua, qualcosa di simile alle allucinazioni sessuali che si hanno durante la pubertà. Non c'era più un'area della mia vita che fosse lontana da questo sogno erotico, e la colpa (anzi, il merito) era tutto di Manu. A lavoro, col nostro responsabile, R., i giochi incominciavano a moltiplicarsi e la routine d'ufficio era soltanto un pretesto per fare esercitare a Manu il suo primato sessuale: era inesauribile nelle sue fantasie, nei suoi desideri che per me - devo ammetterlo - avevano ancora dello scabroso. E poi c'era casa: che fosse la mia o quella di Manu, la passione tra me e lei non accennava a spegnersi. Anzi: un incendio che cresceva, fiamme di giochi che mi divoravano il corpo. Non riuscivo a resistere alle sue labbra, alla sua saliva dolce, mi inondava di piacere quando, lentamente, mi toccava come se fossi una cosa sua, un piccolo scrigno che lei apriva facilmente con le mani e con la bocca...
Però, ultimamente, Manu si stava facendo sempre più maliziosa, sempre più inquieta. Quando veniva, mi travolgeva: serrava le gambe attorno alla mia testa, con scosse e tremiti violenti, mi impediva quasi di respirare, soffocandomi dentro lei, impedendomi di allontanare la mia bocca dalla sua intimità. Poi mi afferrava, baciandomi, leccandomi, pulendomi la faccia a colpi di lingua frementi e languidi. Non mi lasciava respiro: lei era la mia ossessione, e io la sua. Siamo arrivate all'apice quando, uscite una sera, non avendo voglia di andare in discoteca e nemmeno in qualche locale milanese, ha fermato la macchina dicendomi (con il suo tono sensuale, la voce un po' roca che mi fa impazzire): "So io che cosa abbiamo voglia di fare". Eravamo vicine al centro. Mi ha trascinata fuori dall'auto, mi ha portato in una piccola via buia che portava direttamente al Duomo, si è guardata intorno: non c'era nessuno. Mi ha premuto la testa, se l'è portata al bacino, ha iniziato a spingersela addosso. Io ero come in trance, terrorizzata che qualcuno ci vedesse, eppure trasportata, come in un sogno. La baciavo, sentivo per lei uno sfinimento che mi toglieva le energie, non riuscivo a far altro che a baciarla, a passare la lingua sulla sua gonna. E' stato allora che se l'è sollevata e mi ha chiesto di scostarle, con la lingua, le mutandine. E io l'ho fatto... Ancora non mi sembrava vero, presa dal terrore e dall'eccitazione com'ero, quando mi ha gettata violentemente a terra: stavano arrivando delle persone. Mi ha aiutata a sollevarmi, non riuscivo a pronunciare una parola: mi sentivo, davvero, come si mi avessero violentato. Ma in fondo volevo che mi prendesse ancora così, che non mi lasciasse il fiato...
Paola
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