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"Paola, mi è venuta una idea folle". Era lei, Manu, la solita tentatrice. Perché non andiamo una settimana alle Maldive? Ho qui sotto gli occhi un'offerta Last Minute. Partenza mercoledì, trattamento completo in un villaggio extra lusso. Costa veramente pochissimo, meno di due milioni!".
Mentre parlava la mia fantasia già galoppava: atollo, spiaggia bianca con le palme, caldo, bagni, incontri, possibili avventure. Due ore dopo ero in agenzia a confermare la prenotazione.
Ho passato la giornata seguente in attesa febbrile della partenza. Volevo dimenticare tutto il resto, immergermi in quella natura fantastica, sentire il calore sulla pelle, abbronzarmi, nuotare nuda, farmi coccolare dai ragazzi del villaggio. E la sera andare in caccia. Naturalmente fingendo di essere la preda.
Il villaggio era la copia dal vero di quello che normalmente si trova nei depliant turistici: tanti piccoli bungalow immersi nel verde della foresta, a due passi dal mare. Il personale ci riservò una accoglienza gentile ma discreta, senza quelle pacchiane cerimonie di benvenuto stile Club Med. Io e Manu avevamo una capanna tutta per noi, con asciugamani di lino ed aria condizionata.
Gli ospiti del villaggio erano veramente poco interessanti (almeno per noi): coppie in viaggio di nozze, signori americani di mezza, qualche indiano ricco, una compagnia di tedeschi grassi e sempre ubriachi.
Le nostre attenzioni andarono immediatamente agli animatori. Erano tutti ragazzi sotto i quarant'anni, abbronzati e sorridenti, con un look trascurato-finto selvaggio alla Brad Pitt.
Manu decise di dedicarsi al collezionismo. Seguiva i corsi e le varie attività in funzione del tipo che le teneva. E la sera all'ora dell'aperitivo mi aggiornava sulle imprese della giornata: l'istruttore di aerobica alla mattina ("un fanatico del rapporto orale, ma che lingua e che fianchi!"), il neo-maritino incontrato in coda al buffet (una cosa da due minuti nei bagni del ristorante mentre la moglie impaziente aspettava i suoi gamberoni), il barman italiano che le aveva versato un martini cocktail gelato tra le cosce e aveva bevuto proprio da lì.
Io ridevo ascoltando i racconti di Manu (talvolta però un dettaglio mi colpiva, sentivo un brivido correre dalla schiena giù in mezzo alle gambe e dovevo inarcare la schiena o premere di nascosto la mano sulla vulva per offrire la giusta resistenza alla spinta involontaria del bacino), ma non era questo genere di esperienze che cercavo.
Cercavo un uomo bello e selvaggio come la natura di quell'isola, un amante forte e primitivo come che mi facesse sentire come la prima donna apparsa sulla terra. Insomma mi sentivo come Jane e volevo che fosse Tarzan a prendermi.
Dopo due giorni di inutili ricerche, lo vidi. Lo vidi scendere dalla barca con la tuta aperta sul petto, le bombole di ossigeno in spalla, alto, definito con lo sguardo magnetico di Christophe Lambert. Ero seduta sullo sgabello del piccolo bar sulla spiaggia . Lui mi sorrise passandomi vicino e sentii un'onda prepotente di desiderio invadermi le cosce che tenevo accavallate. Il pareo scivolò giù, non so quanto inavvertitamente, e lasciò scoperte le gambe (che sono un po' il mio fiore all'occhiello: snelle e ben definite in alto, sottili intorno alla caviglia). Lui le guardò solo per un istante.
Mi informai e venni a sapere che si chiamava Peter, era californiano (di Santa Monica,mi pare) ed era l'istruttore di sub del villaggio. Lo rividi e mi sembrò ancora più bello. Volevo sentirmi schiacciata dai suoi muscoli, farmi strapazzare, sentire il suo membro pulsare dentro di me. Ero pronta a tutto per averlo.