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Per creare un clima di intimità e confidenza cercai di parlargli in inglese, mentre agitando i capelli bagnati lo raggiunsi con tante minuscole goccioline. Lui si ritrasse appena, e poi si fece di nuovo vicino, assicurandomi che conosceva la mia lingua per aver lavorato alcune stagioni in un villaggio-vacanze in Sardegna. Cominciava a piovere davvero forte noi stavamo lì impalati a prenderla tutta. Non era male quella situazione, quell'atmosfera di attesa: era evidente che stavamo trattenendoci tutti e due.
Feci io la prima mossa. Appoggiai la mano sul suo petto e dissi solo: "Vieni, andiamo a ripararci". Mi diressi verso il bungalow dove ero sistemata con Manu. Una breve corsa e arrivammo sotto al portico. Peter si fermò, forse si aspettava un invito formale, ma io lo trascinai dentro.
Ero bagnata (non solo per la pioggia (;-))) ed eccitata. Abbiamo saltato tutti i preliminari: appena entrati ho sentito una sua mano scivolare dentro gli slip. Le sue dita mi accarezzavano dolcemente, descrivendo cerchi sempre più stretti intorno al mio sesso. Non seppi aspettare e con la mia mano lo guidai proprio lì. Mi fece impazzire toccandomi in profondità e poi sfuggendo, scivolando fuori proprio mentre io avrei voluto trattenerlo dentro di me. Eravamo in piedi e lui mi stava alle spalle. Non potevo vedere la sua faccia ma io sapevo che da sopra le mie spalle Peter seguiva lo svolgimento di quel gioco che si faceva sempre più esasperante, quasi crudele.
Lentamente, senza interrompere quel massaggio delizioso mi abbassai, fino a trovarmi completamente allungata sul pavimento del bungalow, la faccia contro le piastrelle della piccola cucina. Con la mano libera Peter mi prese per i capelli, mentre con le ginocchia mi schiacciava la schiena. Confesso di aver avuto paura: ero completamente in sua balia, avrebbe potuto farmi del male; e se fosse stato un sadico, un violento? Ma nello stesso tempo ero troppo eccitata per chiedergli di smettere, per ribellarmi alle "torture" che quello sconosciuto mi stava imponendo. Mescolando piacere e dolore, tirandomi per i capelli proprio mentre le sue dita lunghe e robuste scendevano dentro di me, quasi soffocandomi con la stretta delle sue gambe possenti quando cercavo di sfuggire, Peter provocava la mia parte più selvaggia: tutti i miei sensi erano tesi, stimolati dal piacere e dal pericolo. Come una belva, la femmina di un animale ho provato l'impulso di morderlo. Ho azzannato la mano con cui mi teneva per i capelli e subito è arrivata la sua punizione dall'altra: una specie di affondo ancora più lungo e penetrante. Sentii salire l'onda dolce del piacere finale, contrassi tutti i muscoli e poi li rilasciai con un grido liberatorio.
Mi ci volle un bel po' per ritrovare la calma: avrei voluto vendicarmi con quell'uomo, sfogare la rabbia accumulata graffiandolo, insultandolo. Mi trattenni, per fortuna. Perché poco dopo Peter molto candidamente mi confessò di essere impotente: nonostante tutta la sua prestanza fisica non poteva avere una erezione. Quello era dunque il suo modo di avere un rapporto sessuale, l'unico che gli dava un certo piacere.
Era felice che lo avessi assecondato, mi fossi prestata a quel gioco, che, se non altro dal punto di vista mentale, dell'emozione era stato appagante anche per lui. Tutta la mia rabbia svanì in un attimo e provai molta tenerezza per Peter.
Avrei voluto fare qualcosa per lui, mi venne persino in mente di tentare una cura immediata (posso essere molto efficace, credetemi) per il suo problema, ma poi pensai che potevo metterlo in grave imbarazzo. Il nostro incontro era stato comunque bello e intenso. E allora gli proposi di andare a cena insieme. Come due vecchi, anzi nuovi amici.