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Mi è piaciuto subito, ma non per l'aspetto fisico. Non era bello, alto o prestante, non lo si poteva nemmeno definire un tipo: mezza età, un po' di pancetta, aria abbastanza dimessa. L'ho incontrato in un bar vicino all'uffico mentro ero in pausa pranzo. Ero seduta con due colleghe a un tavolo vicino al suo quando l'ho sentito parlare alle mie spalle. Sono stata trafitta dal tono della sua voce: forte e pacato, con una leggera inflessione meridionale (siciliana, ho poi scoperto). C'è qualcosa di erotico, di sottilmente sensuale in quella voce, tanto che ho provato subito il desiderio di girarmi per vedere chi fosse il possessore di quella specie di strumento musicale. Apparteneva a un uomo sui 40 anni, con una faccia non brutta ma abbastanza segnata, che portava paio di occhiali piccoli e spessi sul naso. L'ho subito classificato come un intellettuale, uno scrittore, un professore di qualche cosa; gli unici al mondo, ho pensato, a indossare ancora finte Clarks e giacche di velluto. Ho poi scoperto di essermi sbagliata, ma di poco: era un giornalista (ovviamente di sinistra).
In quel momento la mia preoccupazione era però un'altra: come farmi notare, cercare un contatto con quello sconosciuto dalla voce seducente.
Dopo aver esaminato brevemente la situazione ho deciso di usare una tecnica forse non molto raffinata ma sicura. Muovendomi piano sulla sedia ho fatto in modo che la gonna che mi arrivava alle ginocchia risalisse fino a ben oltre la metà delle cosce; a quel punto mi sono alzata dirigendomi verso il bagno. Gli sono passata accanto: lui non poteva non notarmi. E infatti mi ha guardato Ho sentito su di me il suo sguardo insistito e nel contempo imbarazzato. Solo a quel punto ho fatto finta di accorgerni del mio stato di leggero déshabillé, quasi che l'avessi letto nel suo modo di guardarmi. Ferma davanti a lui , ho fatto scivolare le mani dai fianchi fino alle ginocchia per riportare la gonna alla sua posizione originale e poi gli ho sorriso con aria sbarazzina, quasi a ringraziarlo di avermi segnalato la condizione non molto presentabile in cui mi trovavo. In un altro senso il mio poteva anche essere un ringraziamento per avermi guardata in quel modo. Mentre proseguivo verso la porta della toilette dietro le mie spalle si è scatenato il fuoco delle battute e degli ammiccamenti tra le persone che erano con lui al tavolo.
Il giorno dopo sono tornata in quel bar alla stessa ora: lui era già lì e questa volta era solo. Uno sguardo d'intesa, un mezzo sorriso e poi lui si è fatto avanti.: "Ti andrebbe di mangiare insieme. Mi chiamo Antonio e non sono molto bravo negli approcci".
La frase era preparata, ma la voce e il modo signorile, un po' impacciato di presentarsi erano ok. Il mio nuovo amico si è subito rivelato un ottimo conversatore, colto e discreto, niente affatto ossessionato dall'idea di fare colpo. Io l'ho incoraggiato con il segnale più chiaro che si può dare a un uomo che ci sta provando: gli ho sorriso in continuazione. A fine pranzo Antonio ha lanciato l'invito, assolutamente nello stile di un signore con buoni studi e vari interessi culturali nel proprio curriculum: una mostra di fotografie, "ma del più grande fotografo del secolo: Cartier-Bressons".
Ci siamo trovati di fronte all'Arengario il giovedì sera successivo. Camicia pulita e barba fatta lui, capelli raccolti, orecchini e tailleur io. Sotto la giacca, nera e stretta, non portavo nient'altro. Abbiamo iniziato a percorrere i corridoi dela mostra con Antonio che mi faceva da cicerone commentando e spiegando le immagini (molto belle, a dire il vero) di quel fotografo francese. Io gli stavo di fianco e spesso mi appoggiavo leggermente a lui tenendo le braccia conserte. Con questa manovra il bordo della giacca si sollevava lasciando intravedere i contorni del seno nudo. Lo sguardo del mio accompagnatore si dirigeva ora ai capolavori del "miglior fotografo del secolo", ora all'apertura, variabile in funzione della mia posizione, che modellavo nel tailleur. Sentivo la sua eccitazione aumentare: le sue mani cercavano un contatto col mio corpo e ogni pretesto era buono. Mi toccava le braccia per farmi osservare un particolare, mi cingeva la vita per guidarmi da una fotografia all'altra; poi facendosi più ardito mi sfiorava il seno o il sedere da sopra i vestiti. Questo strano gioco di palpeggiamenti si faceva più spinto mano mano che procedevamo nella visita della mostra; mentre con voce ferma e sensuale Antonio mi spiegava la tecnica inimitabile di Cartier-Bressons, le sue mani mi accarezzavano in particolare quando sembrava che nessuno ci stesse osservando. Dietro un angolo, in una rientranza della sala dove non c'erano in quel momento altri visitatori, Antonio mi ha infilato una mano sotto la gonna, da dietro, mentre il suo corpo faceva da schermo a sguardi indiscreti. Le sue dita sono risalite lungo le cosce fino a raggiungere il pube. Forse a quel punto ha avuto una piccola delusione: indossavo le mutandine. Stava già adoperandosi per superare l'ostacolo dell'elastico, quando l'apparizione di una una coppia di visitatori l'ha costretto a una fuga precipitosa.
Cominciavo a sentirmi abbastanza stravolta anch'io da quel gioco: desiderio represso, timore di essere scoperti, voglia di osare di più si mescolavano in quei contatti fugaci e nervosi. E la cosa strana è che non ci eravamo ancora scambiati neanche un bacio sulla guancia.
A quel punto mi è venuta una idea: in quel posto doveva pur esserci una toilette.