 | | IL SESSO MALEDETTO |  |
Massimo Introvigne, antropologo delle sètte e delle nuove religioni, è autore di saggi fondamentali sul Satanismo, ed estensore de La Stirpe di Dracula (Oscar Mondadori), da cui è tratto questo articolo che chiarisce i rapporti, saldissimi, tra vampirismo, sesso e Web.
Sulla base degli studi di Martin Riccardo - una sorta di “confidente” della maggior parte dei “vampiri” culturali, sui quali si troveranno importanti
testimonianze in Liquid Dreams of Vampires (1996)ì - e di altri specialisti
del settore, si può pensare che i “vampiri”, nel senso di persone
che bevono sangue e che non devono essere considerate malate di mente,
siano fra ottocento e duemila nel mondo, concentrati soprattutto negli
Stati Uniti. Ma ogni statistica è difficile, perché non tutti
i “vampiri” culturali sono disposti a presentare in pubblico le loro attività
(a “venire fuori dalla bara”, secondo il loro gergo, che qui fa il verso
a un’analoga espressione usata dagli omosessuali). Se le pratiche restano
strettamente private, sfuggono ovviamente a ogni tentativo di statistica.
Che i “vampiri” - o almeno i “bevitori di sangue” - esistano non
può essere seriamente messo in dubbio. Chi scrive ne ha incontrati
diversi, ed è abbastanza inverosimile che tutti affermino falsamente
di bere sangue. Giacché i “vampiri” culturali non sono molti nel
mondo, trovarli non è facilissimo. Ma non è impossibile:
si incontrano nelle librerie specializzate, ai concerti della musica “di
vampiri” e qualche volta anche nelle associazioni di fans (che in genere
non li amano). Dopo qualche tempo si impara anche a distinguere i troppi
“ragazzini in cappa” dai veri “vampiri” che bevono sangue. E l’incontro
diventa facile su Internet - soprattutto se si ha qualche buon punto
di partenza attraverso le riviste specializzate -, uno strumento che
ha avuto un ruolo decisivo nel far crescere l’auto-consapevolezza della
comunità dei “vampiri” contemporanei. Senza Internet, molti “vampiri”
non avrebbero nessuna possibilità di incontrare loro simili. Su
Internet, invece, possono incontrarne tutte le sere. È certamente
possibile che molti mentano, e qualcuno può anche fare brutte esperienze.
Sul primo numero del «Journal of the Dark» è comparsa
la storia di una quindicenne persuasa via Internet da un “vampiro” a intrattenere
una corrispondenza sexy e anche a inviargli fotografie dove compariva nuda,
con la promessa di trasformarla in un vampiro immortale il giorno del suo
sedicesimo compleanno.91 Ma alla fine qualche autentico “vampiro” compare.
Sulla base di esperienze personali del sottoscritto - e di altri
ricercatori della cui integrità non vi è ragione di dubitare
- si possono elencare alcune caratteristiche di quella che è
stata chiamata la “subcultura” dei “vampiri” contemporanei. Anzitutto,
i “vampiri” culturali sono definiti dal loro rapporto con il sangue, occasionale
o sistematico. Nella subcultura del “vampiro” si incontrano anche persone
che affermano di essere soltanto “donatrici”, cioè di lasciare bere
il proprio sangue a “vampiri” senza assumere sangue a loro volta, ma si
tratta di casi piuttosto rari. Nella maggioranza dei casi l’assunzione
del sangue presenta forti caratteristiche erotiche, e avviene nel corso
di un incontro di tipo sessuale. Un buon numero di “vampiri” (soprattutto
donne) sono omosessuali o bisessuali. Il sesso del partner non sembra comunque
particolarmente importante, purché si tratti di una persona disposta
a “donare” il suo sangue. Come Christopher Frayling e Martin Riccardo hanno
sottolineato, i “vampiri” non sono necessariamente omosessuali, ma piuttosto
“emosessuali” (dal prefisso “emo”, che indica il sangue).
Una minoranza di “vampiri” dichiara, al contrario, che l’atto di assumere
sangue non ha alcuna connotazione sessuale. Chi fa parte di questa minoranza
cercherà di estinguere talora la sua “sete” (qualunque cosa sia)
ricavando sangue (o siero) dalla carne cruda, o facendosi aiutare da chi
lavora in un mattatoio. Questi casi poco romantici non sono però
maggioritari. Molti “vampiri” trovano un “donatore” umano disponibile.
Tutti insistono sul fatto che l’assunzione del sangue non deve avere caratteristiche
violente, né dolorose per il “donatore”. I metodi più usati
sono una incisione sul braccio o sul petto con una lametta, o una puntura
su un dito con un ago sterilizzato. Non manca chi - uomo o donna -,
imitando il protagonista del romanzo Some of Your Blood di Theodore Sturgeon,
si accontenta del sangue mestruale. Tutti sanno che il sangue ha un effetto
emetico, e lo assumono in quantità piuttosto moderate. L’AIDS ha
indotto numerosi “vampiri” alla monogamia anche quanto ai “donatori”. A
torto o a ragione i “vampiri” sostengono che il virus dell’AIDS è
distrutto nello stomaco, e che quindi l’atto di bere sangue in sé
non è pericoloso. Sono però consapevoli che l’infezione può
essere contratta al livello della bocca, dove è sufficiente che
chi assume il sangue abbia una piccola ferita perché si verifichi
il contagio (anzi questo sarebbe già successo, secondo voci difficili
da verificare).
Alcuni “vampiri” si vestono prevalentemente di nero, visitano i dentisti
specializzati in fang o dormono in una bara. Si tratta di stili e gesti
che talora si incontrano anche presso persone che si considerano “vampiri”
- per esempio di tipo psichico - ma non bevono sangue. Altri pensano
invece che tutti questi atteggiamenti siano tipici dei “ragazzini con le
cappe”, e - se si eccettua la loro abitudine di bere sangue - si
vestono e si comportano in modo assolutamente normale. Può capitare
che i “ragazzini con le cappe” giochino con il sangue - come nel caso
del gruppo del Kentucky a cui abbiamo fatto cenno, che si è reso
responsabile di un omicidio nel 1996 -, ma non si tratta di esperimenti
frequenti né, in genere, duraturi. Un’abitudine che si trova spesso
associata al “vampirismo” culturale è una vita prevalentemente notturna
e il tentativo di evitare la luce del sole. Molti “vampiri” (soprattutto
molte “vampire”) affermano di essere nello stesso tempo “eliofobe” e di
non sopportare la luce solare. A Dallas viene pubblicata la rivista «Heliophobe»,
diretta da Forrest Jackson e dedicata alla celebrazione delle “donne dalla
pelle pallida”, a cui hanno collaborato firme illustri della letteratura
del vampiro come Poppy Z. Brite. Non tutte le “eliofobe” si considerano
nello stesso tempo “vampire”, ma uno sguardo alla rivista texana mostra
che le due subculture hanno parecchi punti in comune. Alcuni “vampiri”
- dei due sessi - assicurano che i loro medici hanno riscontrato
una vera e propria allergia alla luce del sole: naturalmente, è
difficile dire se non si tratti di un disturbo semplicemente psicosomatico.
Questo riporta al problema di fondo: “vampiri” si nasce o (come afferma,
in un altro contesto, il Tempio del Vampiro) si diventa? Si tratta della
socializzazione in una particolare subcultura - incontrata tramite
la letteratura, il cinema, la musica - o di un autentico bisogno di
assumere sangue? La grande maggioranza dei “vampiri” ha, in effetti, un
forte interesse per il vampiro cinematografico, letterario o musicale.
Solo in pochi casi isolati si incontrano “vampiri” che affermano di avere
semplicemente “sete” di sangue e di non essere particolarmente interessati
alla letteratura o al cinema del vampiro. Alcuni affermano di avere delle
“crisi di astinenza” se devono rimanere lontani dal sangue per parecchie
settimane, simili a quelle dei drogati. Si tratta di fenomeni psicosomatici,
di semplici pretese senza fondamento reale o di problemi autentici? I “vampiri”
che insistono sulla serietà del loro bisogno di sangue da una parte
possono addurre - a loro favore - la letteratura medica secondo
cui persone che hanno un bisogno compulsivo di assumere sangue esistono;
ma dall’altra non amano particolarmente questa letteratura, che si riferisce
a “vampiri” che presentano tutto un quadro di disturbi psichici. Senza
eccezione, tutti i “vampiri” culturali che a chi scrive è capitato
di incontrare hanno soprattutto insistito sul fatto che i “vampiri” -
tranne che per la loro abitudine di assumere sangue (ma esclusivamente
da “donatori” volontari, che gradiscono l’operazione) - sono persone
“normali”, come tutte le altre. Se si ammette che alcuni “vampiri” culturali
abbiano effettivamente “bisogno” del sangue, si deve ritenere che per loro
la subcultura del “vampirismo” - che oggi ha scoperto se stessa tramite
Internet - svolga certamente un ruolo terapeutico. Chi avverte un bisogno
di sangue, associandosi con altre persone simili, riesce a dare un senso
- anzitutto di fronte a se stesso - a questo comportamento, e a
evitare i quadri più gravi di vera e propria psicosi.
In genere, comunque - e con l’eccezione di alcuni casi di figure
più note ai media, che non sono necessariamente le più genuine
-, la vita del “vampiro” contemporaneo non è particolarmente
piacevole. Trovare “donatori” - qualunque cosa ne dica qualche giornalista
- non è sempre facile. Il “vampiro” sperimenta spesso la solitudine
per diverse ragioni, non ultima la difficoltà di spiegare la sua
inclinazione per il sangue ad amici e parenti. Quando un “vampiro” si dichiara
tale pubblicamente, “viene fuori dalla bara”, non è raro che un
coniuge che non ne sapeva nulla decida di divorziare. In questo clima alcuni
“vampiri” sfuggono alla dura realtà quotidiana immaginando di essere
in contatto con autentici non-morti. Soprattutto i romanzi di Anne Rice
hanno presentato vampiri straordinariamente credibili. Io stesso ho incontrato
un certo numero di “vampiri” che affermano di avere avuto strane esperienze
con “il vero Lestat”, o con il non-morto (il cui nome non deve essere rivelato)
che ha ispirato alla scrittrice di New Orleans il suo personaggio più
famoso. Queste storie possono apparire credibili in un clima culturale
dove - secondo un’indagine di Norine Dresser - il ventisette per
cento dei giovani americani e inglesi delle scuole superiori e delle università
crede che i vampiri (nel senso originario di non-morti) esistano veramente.
Su Internet, naturalmente, si presentano spesso persone che - tra il
serio e il faceto, ma spesso piuttosto sul serio - assicurano di essere
“non-morti”, e i Lestat del cyberspazio sono già più di uno.
Il bello di Internet, naturalmente, è che si può dire più
o meno di tutto senza fornire prove. Ma molti sogni delle notti di Internet
muoiono all’alba, e i “vampiri” scoprono che la realtà quotidiana
con cui devono confrontarsi non è necessariamente piacevole. Così,
per la maggior parte di loro, il “vampirismo” attivo contrassegnato dall’assunzione
di sangue è uno stadio temporaneo del loro itinerario umano e culturale,
che non dura più di qualche anno. Se i fans dell’icona mitica e
letteraria del vampiro si contano a milioni, i veri “vampiri” - per
così dire, i “praticanti” - non sono più di qualche centinaio.
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