Anna Salvo è psicoanalista. Rappresenta, dopotutto, l'antitesi all'esperto in perversioni Franco De Masi che, con il suo testo La perversione sadomasochista, ha suscitato un acceso dibattito in una comunità - quella Web - che sta diventando lentamente overground. Il dibattito sul libro della Salvo, Perversioni al femminile, non è stato acceso quanto quello sviluppatosi intorno al libro di De Masi. Rossana Rossanda l'ha recensito sul manifesto (in data 20 gennaio '98). Ciò che la Rossanda ne dice è degno di nota e, forse, vale la pena di leggere, per chiarirsi le idee su cosa sia una perversione...

|

La medusa della perversione
di ROSSANA ROSSANDA
Un libro di psicoanalisi è intrigante per il non addetto ai lavori; se non oppone una resistenza di ferro, è investito dall'interrogativo: e io? e in me? Tanto più se la psicopatologia in esame è quella dei non gravissimi disagi, che negli altri ci appare poco più che come un carattere, una sbrigativa "diversità".
E' il caso del lavoro di Anna Salvo recentemente uscito da Mondadori, Perversioni al femminile. Il titolo è limitativo, la riflessione investe ambedue i sessi. E quel che inquieta è la dimostrazione di come il meccanismo perverso sia, molto oltre la scena sessuale classica, una costante tentazione di fuga dal rapporto autentico con l'altro, incapacità di avvicinarlo senza schermi, sua sostituzione con un feticcio, ripetitività della procedura, rituale.
Come non leggere in gran parte dei comportamenti, anzi al margine di quasi ogni comportamento di relazione, quel salto fuori dalla percezione esatta dell'altro, quella sua sostituzione con un fantasma nel quale ci sembra più agevole raggiungerlo o perderlo? Perversa può essere la relazione fra madre e figlia, padre e figlio, fra uomo e donna, perverso un rapporto dispari fra amici, perverso il rapporto con il leader del gruppo o con il gruppo, perverso il rapporto con il consumo (feticcio per eccellenza) - altrettanti luoghi nei quali, nell'apparente reciprocità o scambio, può scaricarsi un bisogno solipsistico di essere o essere confermati, supplendo con un idolo sempre più fisso e povero a una relazione autentica fra soggetti capaci di assumersi l'un l'altro. Perversione insomma è la coazione a ripetere, un agire "su" piuttosto che "con" l'oggetto del desiderio. Salvo conclude: "Il perverso agisce sul vivente come se fosse immutabile, dunque avesse cessato di vivere. La perversione è mortale come lo sguardo che pietrifica".
Questa spenta fissità traspare nei casi dove il paziente, cosciente della sofferenza che gliene viene, si racconta al terapeuta, a volte riuscendo a identificare il meccanismo coatto del suo comportamento, a volte rifiutando di uscirne nella persuasione che questa modalità di rapporto sarebbe un'esperienza consentita a pochi, di cui si sente parte e dalla cui cerchia non intende uscire. E' l'elemento infantile della trasgressività. E infatti nella pagine fluide di Anna Salvo, che disegnano le situazioni e assieme l'ambiguità della scena analitica - il paziente cerca di sconfiggere il terapeuta o farlo complice, il terapeuta non nasconde difficoltà, tentazioni, scacco - la perversione appare anche come una mediazione bassa nel rapporto con l'altro, un modesto accomodamento, quali che siano le fantasie di grandezza con le quali ci si figura di agirla, tale e quale l'innamoramento del virtuale.
C'è da chiedersi perché essa resti accompagnata da una così solenne condanna: "perverso" è più che malvagio, è colui che stravolge l'ordine "naturale". La scena perversa è detta "contro natura", la Chiesa, come la tradizione ebraica, se ne ritrae con ribrezzo. E si può capire: le religioni fondano la condanna di ogni rapporto fra i corpi non destinato alla riproduzione, nella premessa che il desiderio, in sé nullo quando non idolatrico e ingannevole, è finalizzato alla riproduzione della specie. Dio lo ha messo in natura perché gli uomini e le donne si accoppino per riprodursi, la "norma" si identifica nella finalità, che a sua volta rispecchia la volontà della Creazione. Chi se ne allontana stravolge il disegno divino.
La parola del teologo è chiara. Ma quella del non teologo? Che intende quando parla di "normalità" del rapporto fra corpi sessuati? Forse che il desiderio non è in natura per il fatto che dilaga fuori dall'atto riproduttivo? Chiameremmo "normale" un comportamento sessuale identico a quello degli animali superiori, veloce e insignificante congiungimento dei genitali? Tutti i significati e dilemmi della sessualità umana, "amore" incluso, sarebbero "innaturali"; se la riproduzione ne fosse il solo metro, sarebbero in qualche misura "perversi". Ma che "perversione" è una modalità da millenni costitutiva e perfino nobilitante dell'umano?
Negativo il termine perverso resta anche in Freud che pur individua nel principio del piacere la pulsione vitale di fondo; lo spostamento dal suo oggetto "naturale" è produttore di nevrosi. Anche nel lavoro di Salvo ricorre il termine "reale" o "naturale". Che fa il terapeuta se non condurre il paziente a scorgere e dire l'"errore", il misconoscimento, lo sbagliar di strada del desiderio? Si dovrebbe concludere che è più problematico definire la "norma" che le fenomenologie trasgressive. Soltanto la sofferenza psichica, il disagio del soggetto o dei soggetti che entrano in una relazione negatrice o incompleta, danno senso a una definizione per il resto così evanescente.
A meno di riconoscere che il "contro natura" del laico indica non la natura ma l'ethos, terreno specificamente umano e storico perché è specificamente umano elaborare la pulsione, e l'elaborazione varia con la storia. Allora elaborare la pulsione significa riportarla "verso" natura. Ma soltanto "verso". E' come se per essere donne e uomini "normali" - ci fa pensare Anna Salvo - dovessimo tenerci a distanza dall'immediato naturale, del quale fanno parte anche i sedimenti culturali, badando nel medesimo tempo al pericolo di un decollo che precluda la possibilità stessa delle relazioni.
Lo stesso vale per la categoria più problematica che Salvo chiama in campo, "il principio di realtà". Qual è il "principio di realtà" in una relazione interpersonale? Esso sembra definirsi, più che in se stesso, fra due estremi: il rinchiudersi d'uno dei soggetti nel solipsismo del rituale o del virtuale, cioè nel feticcio che nega l'alterità del vivente, oppure il farsi pervadere dall'altro al punto di annichilirsi. E infatti oggi tendiamo a definire "non perverso" un rapporto dove lo scambio avviene alla pari, cioè più nelle soggettività che nelle modalità. E' politicamente corretto, ma non così chiaro. Che diavolo è la parità delle relazioni? L'arte del vivere, l'etica personale, l'economia del desiderio, "le souci de soi" sui quali si interrogava il Foucault degli ultimi libri sta non tanto nello snodo fra natura e cultura, ma fra desiderio e norma, che è una elaborazione convenuta del desiderio. Anna Salvo lo chiama, con una dizione cara al pensiero femminile, "senso del limite".
Per ultimo, sarà vero che la femminilità è condannata a un di più di desiderio inesaudibile di ritorno nel corpo materno? Sarà vero che quel che Salvo chiama "beanza", beatitudine e pace, è qualcosa che abbiamo conosciuto nell'alveo e cui - nella claustrofilia di cui parlava Elvio Fachinelli - vorremmo irresistibilmente tornare? Sarà vero, per dirla con un paradosso, che la quiete ci acquieta? Se è permesso suggerirlo da parte di una profana, nell'analisi del profondo sarebbe utile sottoporre al vaglio quell'idea di "origine" dalla quale discende anche il "feticcio", come ci ricordava qualche tempo fa, in un bellissimo saggio, Alfonso M. Iacono.
|
|