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  LA BEFFA SDMI
SDMI«Il nostro protocollo ha dei sistemi di sicurezza inviolabili, sfdiamo tutti gli hacker del mondo ad eluderli, anzi riempiremo di soldi chi riuscirà nell'intento»
«Abbiamo violato tutti e cinque i vostri sistemi di sicurezza...»
«Se solo provate a rendere pubblico qualcosa vi denunciamo»

Questa, in quattro righe, l'esemplare condotta dei responsabili dell'SDMI. Vi ricordate la sfida che avevano lanciato agli hackers di tutto il mondo? Chi fosse riuscito a violare i sistemi protetti del protocollo avrebbe intascato una discreta sommetta. Tutto ciò doveva avvenire entro il 15 giugno prossimo e la cifra messa in palio aumentava di un centesimo al secondo. Inutile dire che già a Novembre il sistema è stato spogliato di ogni protezione. Sicuramente la vostra fantasia ha già cominciato ad elaborare immagini di un brufoloso ragazzino prodigio del Connecticut avvolto nel buio della sua stanza con degli occhiali spessi venti centimetri che riflettono righe di codice. Niente di tutto questo, i responsabili della violazione autorizzata delle protezioni dell'SDMI sono dei serissimi ricercatori universitari di Princeton capeggiati dal professor da Edward Felten. Pensate che sia filato tutto liscio? Ovviamente no, la SDMI ha dichiarato che solo due delle cinque tecnologie di sicurezza sono state realmente violate dai ricercatori di Princeton per poi ammettere tutto e far pervenire agli stessi delle minacce neanche troppo velate. In pratica l'SDMI, sicuro di avere un sistema inattaccabile decide di "usare" gli hacker per effettuare un debug che avrebbe avuto costi molto più ingenti della cifra messa in palio e ridurre drasticamente i tempi. Ora però ha minacciato di intentare una causa contro i ricercatori perché questi, come tutti gli studiosi universitari che si rispettino intendevano rendere pubbliche le modalità e le tecniche con cui sono riusciti a violare il protocollo. In poche parole: basta, il gioco è bello finché dura poco! Già, il gioco non gli pisce più, ma cosa vi aspettavate da un consorzio cui partecipano quasi tutte le major discografiche e la RIAA? Facciamo un po' d'ordine però. Il "concorso" era diviso in due fasi. Alla prima ha partecipato il gruppo di Princeton, alla seconda invece si poteva accedere soltanto firmando un documento che impediva di rivelare le tecniche utilizzate e i risultati ottenuti, senza la preventiva autorizzazione dell'SDMI. A causa di questa restrizione il team di Princeton ha deciso di non partecipare alla seconda fase. Che senso ha il lavoro di un ricercatore se poi non può divulgare i risultati della sua ricerca? Rivelando un comportamento esemplare, il ricercatore Felton ha deciso di non rivendicare il premio e di mettere a disposizione di tutti i risultati ottenuti. Questa logica lontana da qualsiasi politica di marketing probabilmente sfugge alla comprensione dei responsabili dell'SDMI, della RIAA e delle case discografiche, che con un atteggiamneto a dir poco scorretto e vile, hanno minacciato dei ricercatori che neanche gli hanno chiesto i soldi. Come tutte le storie che si rispettini anche questa però ha un lieto fine: l'SDMI è clamorosamente fallito, alla faccia della RIAA e delle major. iMesh invece funziona ancora...

  di Gianmarco Neri
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   data: 08 mag 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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