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1839. Un gruppo di schiavi ammutinatisi su una nave negriera finisce sotto processo negli Stati Uniti, dove il loro caso si ritrova al centro della politica interna e internazionale.

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Un film di Spielberg è sempre un evento e il tema è molto interessante: il contenzioso sulla proprietà di un gruppo di schiavi diventa un dibattito sul diritto alla libertà. Tuttavia stavolta il regista non è riuscito a ripetere il miracolo di "Schindler's List". Le ragioni sono probabilmente molteplici, anche di ordine politico e sociologico. Ma da un punto di vista squisitamente narrativo il difetto principale sta nell'assenza di un vero protagonista: non lo sono infatti i prigionieri, costretti a subire un processo per loro incomprensibile; non lo è il personaggio superficialmente abbozzato di Morgan Freeman; e non lo è neppure il deus ex machina Anthony Hopkins, il cui ruolo si limita a quello di un pur straordinario comprimario. Privo di un punto di vista veramente incisivo, "Amistad" - nonostante le molte qualità e alcuni momenti intensi - non è completamente riuscito e scivola talora nel paternalismo e nella retorica. La nobità degli intenti non compensa insomma i difetti di racconto. A conferma di una verità enunciata all'interno del film dal personaggio del presidente Quincy Adams - interpretato da Anthony Hopkins - che va intesa come dichiarazione di poetica dello stesso Spielberg: e cioé che in tribunale (e al cinema) non vince chi ha ragione, ma chi racconta la storia migliore.
| LA BATTUTA - In un'aula di tribunale chi racconta la storia migliore vince |
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