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CAPRA di Alessandro Bencivenni |
Autore impegnato nel senso antico dei favolisti e dei predicatori di parabole, Capra ha dato nei suoi apologhi un quadro polemico e drammatico della realtà americana, denunciando l'assenteismo e la corruzione parlamentare, la manipolazione dei mass-media, il controllo del potere economico su quello politico. Nelle sue commedie ricorre ripetutamente ai miracoli per risolvere situazioni senza speranza: finge che i ricchi e i poveri si sposino, che gli egoisti si convertano, che gli ingenui ostinati vincano. Non si tratta del banale happy end hollywoodiano ma di un deus ex machina dichiaratamente utopistico, che vuole indurre lo spettatore a un confronto estetico e ideologico fra la realtà com'è e come sarebbe bello che fosse. Il gioco dell'utopia torna così a rendere scandalose quelle verità che l'assuefazione ci fa dare per scontate: che le barriere sociali sono incolmabili, che i politicanti sono corrotti, che l'esercizio del potere è una violenza.
Nato in Sicilia il 18 maggio 1897, emigrò bambino in California con la famiglia. Diventato ingegnere, restò disoccupato a causa della crisi industriale del primo dopoguerra e approdò casualmente al cinema, dirigendo alcune commedie con Harry Langdon. Realizzò quindi alcuni drammi sentimentali con Barbara Stanwyck, approdando poi alla commedia con It Happened One Night (Accadde una notte, 1934). Solidale con la politica di Roosevelt, ne rispecchiò lo spirito democratico nei suoi film più celebri: Mr. Deeds Goes To Town (E' arrivata la felicità, 1936), You Can't Take It with You (L'eterna illusione, 1938), Mr. Smith Goes to Washington (Mr. Smith va a Washington, 1939) e Meet John Doe (Arriva John Doe, 1941). In essi celebra la lotta dell'individuo contro i gruppi monopolistici, sottolineando con grande umanità e animatissime scene corali il ruolo decisivo della cooperazione sociale. Nel dopoguerra, il tramonto degli ideali del New Deal rivela l'ingenuità dell'ottimismo di Capra, che ne dà tuttavia un'estrema, lucida e toccante testimonianza con It's a Wonderful Life (La vita è meravigliosa, 1946).
Apologo crudele, nonostante l'apparente ottimismo, It's a Wonderful Life fa perno su un incubo in cui l'angelo Clarence mostra al protagonista quale sarebbe la realtà se egli non fosse mai esistito. E in esso profila la prospettiva di una società disgregata e violenta, in cui l'individuo, separato dal contesto sociale, resta privo di identità e di funzione. Una profezia che pone questa commedia natalizia in paradossale sintonia con i più disincantati ritratti dell'America amara.
I film successivi non sono all'altezza dei suoi migliori: ad eccezione di State of Union (Lo stato dell'Unione, 1948), che è un po' il suo testamento spirituale. Capra si dimostra però coerente ai suoi principi e, quando la sua libertà di autore si rivela incompatibile con le leggi di Hollywood, si rassegna a un lungo esilio dal set, realizzando con modestia e passione una serie di documentari didattici per la TV. Tornato al cinema nel '59, dà prova di non aver smarrito la sua verve. Ma ha ormai lo sguardo rivolto al passato: come dimostra il suo ultimo film, Pocketful of Miracles (Angeli con la pistola, 1962), appassionato e nostalgico remake di una sua commedia di trent'anni prima.