Mitchum.jpg (11716 byte)ROBERT MITCHUM: un duro dal cuore tenero

Olivia Alighiero & Flavia Schiavi
in occasione della rassegna al Palazzo delle Esposizioni

  

"Sapete chi è il fan di Mitchum? è un tipo pieno di foruncoli e di forfora e forse ha un'ernia, ma quando mi vede sullo schermo pensa: se un fannullone simile può fare quello, io posso diventare Presidente". (Robert Mitchum).

All'alba del primo luglio 1997 è scomparso quello che gran parte della stampa internazionale ha definito "il duro del cinema" per eccellenza, Robert Mitchum. Indubbiamente l'aggettivo "duro" è quello che meglio gli si adatta, anche se la definizione che per lui coniò la rivista Photoplay (ilrovescio di un idealista: un cinico dal cuore tenero) lo rappresenta meglio. Ed è proprio il suo carattere anarchico e anticonformista, che ben si inseriva nella corrente di cinismo che invase l'America post-bellica, a renderlo popolare tra la fine degli Anni  '40 e l'inizio dei '50.

Nato a Bridgeport, Connecticut, il 6 agosto 1917, approda al cinema spacciandosi per cowboy, dopo aver fatto negli Anni '30 ogni genere di lavori, dallo scaricatore di porto al buttafuori di night-club, dal pugile al minatore allo scrittore di testi per spettacoli di varietà. Assunto con un contratto di dieci anni dalla RKO di Howard Hughes, lavora a ritmi forsennati, arrivando a girare anche tre film contemporaneamente, tanto che lui stesso arriva a dichiarare: "Con la RKO ho girato per dieci anni lostesso film. Non leggevo neppure i copioni, sapevo che anche se fosserostati scritti da Baudelaire o da Balzac, a pagina 20 c'era immancabilmente un gruppo di gorilla che mi saltava addosso e cominciava a picchiarmi".

Ciononostante in I forzati della gloria (1945) di W. A. Wellman, sua unica nomination all'Oscar, Notte senza fine (1947) di R. Walsh e L'avventuriero di Macao (1952) di J. von Sternberg dà prova di grande maturità, intelligenza e grinta, riuscendo a conquistarsi uno spazio tutto suo, riconoscibile e originale, nel panorama del grande cinema americano. Nel 1954 arriva la rottura con Hughes e inizia per Mitchum una straordinaria carriera che lo porta ad essere considerato, oltre che un divo, un attore di grande talento. Il suo sguardo, così "ambiguo e immorale" illumina western come La magnifica preda (1954) di O. Preminger con Marilyn Monroe, Il meraviglioso paese (1959) di R. Parrish o El Dorado (1967) di H. Hawks, ma si carica d'odio per descrivere la crudeltà di uno psicopatico nel capolavoro di C. Laughton La morte corre sul fiume (1955), o in Il promontorio della paura (1962) di J. Lee Thompson. Eppure quello stesso sguardo obliquo può dar vita a personaggi rassicuranti come il soldato in L'anima e la carne (1957) di J. Huston o come il marito-padre-padrone che non si può non amare in A casa dopo l'uragano (1960) di V. Minnelli.

Negli anni '70 il tempo aggiunge ancor più carisma a quel volto e a quello sguardo, che riempiono il grande scermo dall'alto della sua andatura indolente e sicura. è un segugio invecchiato, ma sempre pericoloso in Marlowe, il poliziotto privato (1975) di D. Richards, un eroe stanco dalle troppe battaglie perse in film d'azione crepuscolari e splendidi come Gli amici di Eddie Coyle (1973) di P. Yates e Yakuza (1975) di S. Pollack, un marito irlandese, severo e austero, capace di comprendere il tradimento della giovane moglie in La figlia di Ryan (1970) di D. Lean. E poi trova ancora l'energia, affronta il tempo, per raccontare uno straordinario vecchio in Maria's Lovers (1984) di A. Konchalovskij e il vecchio pistolero in Dead Man (1995) di J. Jarmusch.

Cinema noir, western, di guerra, drammi e commedie, Robert Mitchum ha interpretato più di 120 film in cinquant'anni di carriera, di una splendida carriera impreziosita dalla sua capacità di cambiare che lo ha sempre spinto a contraddire qualsiasi tipo di classificazione, perché nel corso degli anni ha dato prova di voler reinventare il proprio personaggio cinematografico. Duro e vulnerabile, cinico e sentimentale, eroico e antieroico, Mitchum ha sempre incarnato qualità contrastanti e per questo John Belton l'ha definito "un anarchico enigmatico". Ma il suo miglior epitaffio è stato scritto molto prima che lui morisse, nel 1969, da Dwight Witney: "Da tutto quello che dice, risulta evidente che dentro il corpo di questo dico del cinema si nasconde l'anima di un poeta".

Proporre una rassegna dedicata a Robert Mitchum significa rivisitare mezzo secolo di storia del cinema, di un cinema sempre ricco di contrasti e utopie, azione, umorismo, passione, dove Mitchum è l'attore capace di incarnare i sogni infernali, teneri, coraggiosi, dei registi che, di generazione in generazione, si sono succeduti dietro la macchina da presa.


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