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Nel Mississippi, un giovane avvocato bianco mette a repentaglio vita, casa, famiglia e carriera per difendere un nero, colpevole di aver ucciso gli strupratori di sua figlia.
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Nei lontani anni Trenta , il celebre teorico del cinema Béla Balàzs già stigmatizzava una furbizia del cinema americano: quella di chiamare a raccolta gli spettatori sotto la bandiera dell'ovvietà, sollecitando la loro adesione a qualche principio ormai universalmente acquisito o la loro indignazione contro un avversario ormai strabattuto e reso innocuo da un pezzo. I tempi non sono molto cambiati se ora Joel Schumacher (basandosi sul romanzo di un altro gran furbacchione, John Grisham) usa le sue fanfare per promulgare la causa dell'uguaglianza razziale e tuonare contro le nefandezze del Ku Klux Klan. Non ci vuole troppo coraggio, visto che la prima è (almeno in teoria) un luogo comune e che il secondo è (anche in pratica) un morto vivente. Ma non basta: all'insegna di un altro eroico principio - quello di un colpo al cerchio e uno alla botte - non si manca di criticare l'oltranzismo dei politicanti neri e l'utopismo dei garantisti a oltranza. Resta per la verità un punto di vista privilegiato: ma è quello pernicioso e qualunquista del tanto vale farsi giustizia da sé. Detto questo, anche lo spettatore più smaliziato è docile preda di un film efficacemente realizzato: e così, al momento opportuno, ci siamo debitamente commossi e indignati a comando. Anche perché abbiamo un debole per la bella Sandra Bullock.
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