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appunti di un estremista
Signora, non amo me stesso né altri
quanto amo voi



Dell'amore di Lancillotto non voglio né posso parlare, mi sentirei a disagio. Me ne sono fatto beffe in altri tempi, e so bene che è "utile" per tutti deriderlo. Quindi ne propongo solo degli stralci letterari, tratti dalla tradizione cavalleresca medievale, perché almeno si definisca inequivocabilmente a quale sorta di estremo sentimento io mi riferisco. E, magari, sperando possa essere di conforto a qualcuno che magari patisce per molto meno. Diceva Anacreonte. "Mi sembra di essere l'uomo più sfortunato del mondo: Poi leggo le rime di un antico poeta e mi sembra che egli abbia vissuto come e peggio di me. E da ciò traggo forza."

  1. Il colpo di fulmine
  2. La scelta
  3. L'estasi
  4. La dichiarazione
  5. L'assoluta fedeltà
  6. Il fetiscismo
  7. Se necessario, l'umiliazione

 

1. Il colpo di fulmine

Lancillotto è appena arrivato a corte per essere investito cavaliere da re Artù. E' vestito di bianco, e nessuno sa ancora il suo nome; la regina Ginevra chiede a messer Ivano di condurglielo per farne la conoscenza. Così avviene:

Già la regina lo osservava con dolcezza e pregava Dio di far valent'uomo colui al quale aveva dato sì bell'aspetto. Quanto al valletto dall'abito bianco, tutte le volte che poteva gettare di nascosto uno sguardo su di lei, si stupiva della sua bellezza, alla quale non gli sembrava potessero paragonarsi quella della Dama del Lago o d'alcun'altra.

"Qual è il nome di quel bel valletto ?" ella chiese.

"Signora non so" rispose Ivano (...)

Allora la regina prese per mano il bel donzello e gli chiese dove fosse nato. Ma egli al tocco di quella dolce mano, sussulta come uomo che si desti, e non replica parola.

"Di dove siete ?" riprende la regina.

Egli la guarda e le dice sospirando che non sa. Ella gli chiede come si chiami, ed egli risponde che non sa. Al che, ella ben vide ch'era attonito e fuori di sé; e certo non osava immaginare che era per causa sua; eppure ne aveva qualche sospetto. Allora, per non turbarlo oltre, e anche per paura che pensassero male, si alzò.

 

2. La scelta

Lancillotto viene inviato da re Artù a Nohant, per soccorrere la signora del luogo, venuta fino a corte cercando un campione che la difenda in un duello. Lancillotto si prepara alla partenza, ma proprio sul punto di partire si accorge di non aver preso congedo dalla regina Ginevra. Chiede allora a messer Ivano di accompagnarlo dalla regina e chiederne udienza:

Ritornarono entrambi a palazzo e salirono nelle camere della regina. Là, il donzello s'inginocchiò senza pronunciare parola, gli occhi bassi.

"Signora" disse messer Ivano "è quel valletto di ieri sera, che il re ha fatto cavaliere questa mattina; viene a prendere congedo da voi".

"Come? Se ne va di già? (...) E' sì giovane! ... Alzatevi bello e dolce signore. Non so chi siete, forse siete miglior gentiluomo di quanto si supponga, e non posso tollerare di vedervi in ginocchio davanti a me! Non sarei cortese".

"Ah, signora" disse il donzello sospirando "perdonate la follia che ho commesso!"

"E quale follia?"

"Ho pensato di uscire da qui senza aver preso congedo da voi".

"Bello e dolce amico, siete abbastanza giovane perché vi si perdoni una colpa sì [poco] grave!"

"Signora, ve ne ringrazio".

E, dopo aver esitato un istante, disse ancora:

"Signora, se lo voleste, mi considererei vostro cavaliere per sempre".

"Lo voglio. Addio, bello e dolce amico!".

 

3. L'estasi

Lancillotto sta per rientrare a corte dopo una lunga assenza. E' già caduto una volta in estasi davanti alla bellezza della regina, rimanendo straniato e inebetito. Indossa delle vecchie armi, e nessuno lo riconoscerebbe. Sta costeggiando, in sella al suo destriero, il fiume che scorre nei pressi del castello in cui dimora re Artù, quando d'improvviso vede la magione fortificata:

A una finestra, una dama in camicia e sopravveste (...) prende il fresco in compagnia d'una damigella, (...) era avvolta nel velo e contemplava i prati e i boschi. Lancillotto si mise a guardarla con tanta attenzione, e non sentì che un cavaliere che passava gli chiedeva cosa osservasse. Costui ripeté la domanda, sospingendolo rudemente (...)

"Sono i diavoli dell'inferno che vi fanno contemplare così le dame, e sembrate più ardito in questo che nelle armi! Seguitemi se osate!"

Lancillotto spronava dietro di lui, quando la regina, scostando il velo, rivelò il viso: così il sole dissipa una nube. E, vedendo d'improvviso ciò ch'amava più della vita stessa, egli cadde in estasi. Il destriero stanco, che aveva sete e non sentiva più la guida, s'avvicina all'acqua per abbeverarsi; la sponda era alta: il cavallo allunga il collo, gli manca il piede, cade nell'acqua profonda: Lancillotto rimane con gli occhi fissi sulla regina. Il cavallo perde le forze, scivola, e già l'acqua sale alle spalle del cavaliere affascinato; ma egli continua a contemplare la sua dama. "Santa Maria! Santa Maria Nostra Signora!" gridavano la regina e la pulzella. Messer Ivano, che andava a caccia con grossi gambali, le intese e accorse al galoppo: per la briglia tirò il destriero sulla riva. (...)

Messer Ivano scorse il vecchio scudo annerito dal fumo che portava colui ch'aveva appena soccorso: "E' un povero valvassore" pensò. E si accontentò di mostrargli il guado e di lasciarlo partire senza curarsi di lui. E Lancillotto se ne andò dove il destriero lo portava.

Andava, perso nella sua fantasticheria, come colui che non ha né forza né difesa contro l'amore, che dimentica se stesso, che non sa più se esiste, né come si chiama, né dove va, né donde viene. Daguenet il buffone lo incontrò. Era un cavaliere, ma il più sciocco e codardo che vi sia mai visto; (...)

"Dove andate?" chiese lo sciocco.

E poiché il cavaliere pensoso non rispondeva, Daguenet afferrò il suo destriero per il morso e ricondusse al castello Lancillotto che sognava e non se ne accorse neppure.

 

4. La dichiarazione

Con la mediazione dell'amico Galeotto, la regina Ginevra e Lancillotto hanno occasione di restare da soli presso il Prato degli Arboscelli:

Quando Lancillotto arrivò davanti alla regina insieme col compagno, tremava sì forte che riuscì a fatica a mettere il ginocchio a terra; aveva perso tutto il suo colore e abbassava gli occhi come colui ch'ha vergogna. (...)

La regina prese per mano il cavaliere inginocchiato, lo fece alzare e sedere davanti a sé.

"Signore" gli disse sorridendo "vi abbiamo molto desiderato; infine, per grazia di Dio e di Galeotto, vi possiamo vedere! Non sono ancora del tutto sicura che voi siate colui di cui ho chiesto; (...) vorrei sentirlo dalla vostra bocca. Chi siete?"

Lancillotto, che non osava ancora guardarla in viso, mormorò che non ne sapeva nulla. Allora, vedendo che il suo turbamento persisteva, Galeotto pensò che sarebbero stati più a loro agio da solo a sola; (...)

 

Dopo che, con un pretesto, Galeotto si è allontanato.

"Bello e dolce signore" diceva intanto la regina "perché vi nascondete a me? (...) Chi dunque v'ha fatto cavaliere ?"

"Signora, foste voi."

"Io?"

Allora le disse come la Dama del Lago l'avesse condotto a corte (...) e come, valletto il venerdì, fosse stato investito cavaliere la domenica; ma il re non gli aveva cinto la spada ed era da lei che l'aveva avuta: dunque era suo cavaliere. Poi raccontò tutto quello che aveva fatto da quel momento (...)

"Ah!" esclamò "so bene chi siete: siete Lancillotto del Lago!" (...)

Egli si tacque.

"Ma ditemi" ella riprese "per chi avete fatto tutto questo! (...) E' certamente per una dama. Per la fede che mi dovete, chi è?"

"Ah! signora, vedo che devo confessarlo: siete voi" (...)

"Mi amate dunque tanto?"

"Signora, non amo me stesso né altri quanto amo voi".

"E da quando m'amate?"

"Dall'istante in cui vi vidi".

"Ma da dove vi venne quest'amore?" (...)

"Signora, foste voi a far di me il vostro amico, se la vostra bocca non mentì. Il giorno che presi congedo da voi, vi dissi che sarei stato vostro cavaliere ovunque io fossi, e voi mi rispondeste che lo volevate. E io vi dissi ancora: "Addio, signora!" e voi replicaste: "Addio, bello e dolce amico!". Mai più quella parola mi è uscita dal cuore. E' quella che mi farà diventare valent'uomo, se mai lo sarò. Mi ha salvato da ogni male. (...) Mi ha sfamato quando avevo fame. Mi ha reso ricco nella mia povertà".

"In fede mia, sia benedetto Iddio che me l'ha fatta dire! Ma io non le davo tanta importanza e l'ho detta a più di un cavaliere senza pensarvi. Se vi ha reso valent'uomo, è perché non avete certo il cuore di un villano".

 

Poi, per mettere alla prova la sua dedizione, la regina gli dice di sospettare che egli abbia un debole per la dama di Melehaut, che si trovava nel Prato a poca distanza da loro; al che, Lancillotto è talmente turbato di sentire tali sospetti che prima muta di colore e poi è sul punto di mancare. Subito allora la regina invoca Galeotto, che accorre prontamente a soccorrere l'amico. Dopo di che, avendo appreso dalla regina la causa del malore:

"Ah! signora" fece. "Con simili crudeltà potreste portarmelo via! (...) Per l'amor di Dio, abbiate pietà di lui, che vi ama più che se stesso!"

"Ma che posso fare ? Non mi chiede nulla".

"Signora, non osa: si trema quando si ama. Vi prego dunque in nome suo di concedergli il vostro amore, di prenderlo per vostro cavaliere e di diventare per sempre la sua dama; (...) E davanti a me sigillate la vostra promessa con un bacio, in segno di vero amore". (...)

Allora s'allontanarono insieme, fingendo di conversare. E la regina, vedendo che Lancillotto non osava fare alcunché, lo prese per il mento e, davanti a Galeotto, lo baciò alquanto a lungo. Tanto che la dama di Malehaut la vide.

"Bello e dolce amico" disse la regina "sono vostra e ne ho grande gioia. Ma vegliate affinché la cosa resti segreta, ché io sono una delle dame di cui più si è detto bene e, se la mia reputazione si perdesse, il nostro amore ne sarebbe svilito".

 

5. L'assoluta fedeltà

Lancillotto è alla ricerca della regina, che è stata rapita dal fellone Meleagant. Attraversando una fitta foresta viene colto dalla sera, ed è costretto a domandare ospitalità ad una fanciulla.

A tarda sera incontra una pulzella molto avvenente, ben adorna e bene abbigliata, che lo saluta con parole sagge e cortesi. Egli le risponde:

"Dio vi doni la salute del corpo e dello spirito, damigella".

"Signore" ella dice "non lontano da qui una dimora è pronta per ricevervi, se volete accettare il mio invito. Ma vi potrete prendere alloggio solo a condizione che vi corichiate con me; a questo patto ve l'offro e ve ne faccio dono".

Per simile proposta molti l'avrebbero ringraziata volentieri cinquecento volte, ma il cavaliere se ne adonta, e le risponde in ben altro modo.

"Damigella" dice "vi ringrazio dell'ospitalità che mi è molto gradita, ma, se non vi dispiace, farei volentieri a meno di coricarmi con voi".

"Per la luce dei miei occhi" esclama la damigella "allora non ne farò nulla!"

Ed egli, che non ha altra scelta, le concede quanto ella desidera. Ma tale promessa le provoca tanta pena nel cuore, e se così poco già tanto lo ferisce, quale sarà la sua tristezza al momento di giacere con lei! (...)

Dopo che il cavaliere ebbe accondisceso al suo desiderio, la damigella lo condusse in un chiuso fortificato (...) Per ospitarlo, ella vi aveva fatto preparare delle camere assai belle. (...)

Mano nella mano tornano nella sala. egli non ne è affatto lieto, e farebbe ben volentieri a meno di lei.

Nel centro della sala era stato preparato un letto. (...) La damigella vi si corica, ma non si toglie la camicia.

Il cavaliere prova grande dolore solo nel levarsi le brache e denudarsi: suda per l'affanno, eppure, nonostante il tormento, è vinto dalla parola data, che spezza la sua resistenza. (...)

Si corica senza affrettarsi, ma anch'egli, come lei, non si toglie la camicia. Sta bene attento a non toccare la fanciulla; anzi, se ne tiene lontano e si mette a giacere sul dorso. Non pronuncia una sola parola, come il converso cui è proibito di parlare quando si trova a letto. Non volge mai lo sguardo né verso la damigella né altrove; non può mostrarle viso lieto.

Perché?

Il cuore non glielo concede: tutto il suo desiderio è riposto altrove, ed egli non brama né ripone amore in ciò che ad ogni altro appare bello e gentile. Non ha che un cuore, e quello non è più suo: è affidato ad un'altra, ed egli non può riporlo altrove. (...)

La pulzella ben vede e capisce che il cavaliere detesta la sua compagnia, e che vi si sottrarrebbe volentieri; comprende che mai la richiederà d'amore, poiché non cerca affatto di farlesi vicino. Perciò dice:

"Se non vi dispiace, signore, non resterò oltre. Andrò a coricarmi nella mia camera, e voi sarete maggiormente a vostro agio: non credo che amiate molto né il piacere che io potrei darvi né la mia stessa compagnia. (...) Ora riposate per la notte; avete mantenuta la vostra parola che non ho il diritto di chiedervi di più." (...)

Poi s'alza. Al cavaliere non dispiace; anzi, la lascia andare volentieri, come colui che è leale amico di un'altra.

La damigella lo comprende e lo vede ben; così si reca nella propria camera, [e] si corica tutta nuda.

 

6. Il feticismo

Lancillotto attraversa la foresta fitta alla ricerca della regina Ginevra, in compagnia della damigella che gli aveva offerto ospitalità la sera prima. D'improvviso, su un masso scorgono un pettine d'avorio dorato.

Tanto seguirono strade e sentieri che (...) videro una fonte in mezzo ad un prato. Sul masso che vi era accanto non so chi vi aveva dimenticato un pettine di avorio dorato. (...)

E colei che se ne era servita vi aveva lasciato tra i denti almeno un mezzo pugno di capelli. (...)

Così procedono finché giungono presso il masso e vedono il pettine.

"Invero" dice il cavaliere "per quanto ricordo, non vidi mai un pettine tanto bello".

"Datemelo" dice la damigella.

"Volentieri".

Si china e lo prende. Ma quando lo ha in mano, lo guarda a lungo e rimira i capelli. L'altra si mette a ridere; allora egli la prega di dirgli perché rida, ed ella dice: (...)

"Non mentirò; a quanto credo, questo pettine era della regina, e lo so bene. Credetemi: i capelli che vedete, così belli, chiari e luminosi rimasti tra i suoi denti appartengono alla regina, (...) la moglie di re Artù".

A tali parole, al cavaliere mancano le forze: si piega in avanti ed è costretto ad appoggiarsi all'arcione della sella, (...) e poco manca che svenga per davvero. Prova grande pena nel cuore e ne perde a lungo il colore e la parola.

La damigella è smontata da cavallo e si affretta verso di lui per trattenerlo e soccorrerlo (...) il cavaliere la vede avvicinarsi e ne prova vergogna.

"A che scopo siete venuta davanti a me" le dice. (...)

Ella si guarda dal dire il vero, e gli si rivolge con cortesia.

"Signore" dice "sono smontata da cavallo per venirvi a chiedere il pettine. Ho un così grande desiderio di averlo, che volevo prenderlo al più presto".

Il cavaliere desidera darglielo ma, prima di porgerglielo, ne trae i capelli con tale delicatezza che non ne spezza neanche uno solo. Mai occhi umani potranno vedere portare tanto onore ad una cosa: egli prende ad adorare quei capelli e li avvicina agli occhi, alla bocca, alla fronte e al viso almeno centomila volte; non tralascia alcuna manifestazione di gioia, se ne rallegra molto e si sente arricchito. Infine li ripone sul petto, accanto al cuore, tra la carne e la camicia: non li avrebbe barattati con un carro colmo di smeraldi e di carbonchi.

 

7. Se necessario, l'umiliazione

Lancillotto dopo una lunga ricerca, nel corso della quale ha dovuto superare moltissime dure prove dalle quali è uscito avvilito nel corpo e nell'onore, riesce a trovare il luogo ove il fellone Meleagant, figlio del re Baudemagu, tiene prigioniera la regina Ginevra. Pur ferito e malconcio, lo sfida in duello e, dopo un'aspra lotta, riesce a vincerlo sotto lo sguardo della regina a cui riconquista la libertà. A quel punto apetta solo di portarle il suo omaggio.

Il re si allontana dal campo dove è avvenuto lo scontro senza dimenticare di condurre con sé Lancillotto, che lo prega di condurlo dalla regina.

"Non intendo oppormi" dice Baudemagu "ché mi sembra cosa conveniente." (...)

Poco manca che Lancillotto gli si getti ai piedi, tanta è la felicità che ne prova.

Ora il re l'ha condotto nella sala dove la regina era già giunta ad attenderlo. Quando ella vede Baudemagu accompagnare Lancillotto tenendolo per un dito, si alza in piedi davanti a lui, atteggia il volto ad un'espressione corrucciata, abbassa il capo e non pronuncia parola.

"Signora, ecco Lancillotto che viene a rendervi visita" dice il re. "Deve esservi di grande piacere e gradimento".

"A me? Sire, come potrebbe piacermi ? Non so che farmene della sua visita!"

"Come, signora!" replica il re, che era molto franco e cortese. "Da dove avete tratto ora tale sentimento? Invero, disprezzate troppo colui che vi ha tanto servito; nel corso di questa impresa egli ha spesso esposto per voi la vita a pericoli mortali, e vi ha liberata e difesa da mio figlio Meleagant che, solo a malincuore, vi ha resa la libertà".

"Davvero, sire, egli ha male impiegato per me il proprio tempo. Non negherò infatti che non gliene sono affatto grata".

Ed ecco Lancillotto rattristato. Le risponde con voce molto dolce (...):

"Signora, certo me ne dolgo, ma non oso domandarvene il perché".

Se la regina avesse voluto ascoltarlo, egli avrebbe dato seguito ai propri lamenti; ma ella, per addolorarlo e confonderlo maggiormente, non vuole rispondere una sola parola, e anzi si ritira in una camera.

Lancillotto la scorta con gli occhi e con il cuore fino alla soglia, ma la camera è molto vicina, e gli occhi fanno una strada troppo breve da percorrere: se potessero, la seguirebbero volentieri. Il cuore invece, (...) passa oltre dietro a lei, mentre gli occhi, traboccanti di lacrime, rimangono fuori, insieme al corpo.

Allora il re dice in confidenza:

"Lancillotto, ne sono davvero stupito. Cosa significa e da cosa deriva che la regina non vi voglia vedere e non intenda parlarvi? Se mai ella soleva conversare con voi, non avrebbe dovuto rifiutarvi proprio oggi e sottrarsi alle vostre parole, dopo quanto avete fatto per lei. Ditemi ora, se lo sapete, perché, e a causa di quale vostra colpa, ella vi mostra un simile sembiante".

"Signore, ora certo non me l'aspettavo. Ma a lei non piace vedermi né ascoltare le mie parole, e ciò mi causa grave dolore e affanno. (...) Sia dunque esaudita la sua volontà!" esclama allora Lancillotto, che non può far di meglio.