Cosa è morale?
La costruzione di una propria legge morale non è un processo breve e privo di difficoltà. Anzi, generalmente ci vogliono molti anni affinché essa diventi qualcosa di più che un abbozzo. Inoltre, anche quando si ha la sensazione che essa sia sufficientemente completa, non bisognerebbe mai fare l'errore di considerarla finita. Scopriremo infatti nostro malgrado che sarà necessario sottoporla a continue revisioni e integrazioni. Perché col passare degli anni noi cambiamo, cambiano le nostre convinzioni, le nostre certezze, e la nostra esperienza si appesantisce di dolori e delusioni che ci costringono inevitabilmente ad essere più prudenti e avveduti, e di conseguenza i nostri principi morali devono essere adattati alla nuova consapevolezza.
Questo processo di "rifinitura" non finirà mai, ma questo non sarà un problema. Il problema semmai sarà portare la nostra regola morale ad un livello di coerenza e completezza tali da renderla fruibile già in tenera età, in modo da poterne far un impiego corretto non appena si affronta la vita.
Ora, quando si può dire che la nostra personalissima regola morale è abbastanza matura? A mio avviso ciò avviene solo quando noi - adoperandola - riusciamo a decidere senza troppi tentennamenti quali azioni sono "per noi" morali e quali non lo sono, quando noi siamo in grado di marcare bene il confine tra lecito e illecito, tra ammissibile e inammissibile.
Perché la legge morale è efficace - dunque utile - solo se riesce a dare un responso a qualunque domanda: è dunque assolutamente inutile se ci lascia spesso senza risposte univoche.
Supponiamo infatti di avere un proposito, e - per realizzarlo in pace con la coscienza - di sottoporlo al vaglio della nostra legge morale. Quando alla domanda: "Quello che voglio fare è lecito?" il codice che abbiamo elaborato non riesce a dare nè l'assenso né il divieto, io sarò portato a dare più peso al fatto che manca il divieto, e farò quanto mi proponevo.
Proviamo a fare un esempio più concreto. Un padre vuole impedire che sua figlia frequenti cattive amicizie. E non è un capriccio perché a tal proposito egli ha avuto modo di nutrire più di un sospetto. Così quando scopre che la ragazza tiene un diario, prova l'impulso irrefrenabile di andare a leggerlo. Certo, non è un gesto leale, si tratta di violare l'intimità della ragazza, di carpirne i pensieri più reconditi, le debolezze più private... però si tratta anche di impedirle eventuali pericolose sciocchezze. Il padre allora cogita sul fatto: "Io non sopporterei lo si facesse a me, però questo io lo faccio per il suo bene ... lo so, non è bello frugare fra la sua roba... e poi dopo tutto quello che le ho insegnato sulla lealtà... come potrei giustifivcarmi se mi scoprisse? Ma io ho il dovere di proteggerla: per dio, sono il padre!". Insomma, il punto è che la legge morale che il padre ha costruito per sé non ha una norma precisa che recita: "Qualunque sia il fine, è immorale frugare tra la roba altrui", dunque il proposito di rovistare nel diario della figlia non troverà mai un esplicito divieto, né troverà mai un convinto assenso (perché comunque ognuno di noi sa bene che si tratta di una scorrettezza, e che "anche il codice civile tutela il diritto alla riservatezza").
Bene, quel padre alla fine prenderà una decisione, ma sarà in ogni caso sofferta e piena di rimorsi, sia nel caso che leggerà il diario, sia nel caso non lo leggerà. E questa sofferenza sarà dovuta solo al fatto che la sua legge morale non gli ha dato una risposta univoca, chiara e ben motivata. Inoltre, nella stragrande maggioranza dei casi il padre finirà per leggere il diario della figlia, dunque sceglierà la decisione più permissiva (il non-aver-mai-preso-in-considerazione-l'eventualità diventerà il non-aver-mai-vietato-l'eventualità), e quando la ragazza lo scoprirà lui sarà in grave imbarazzo e non saprà dare alcuna risposta.
Dunque una legge morale che a molte domande farà mancare sia l'assenso che il divieto sarà una legge morale che mi farà compiere azioni al limite della liceità, mi riempirà di rimorsi e per giunta, quando mi sarà chiesta una spiegazione al mio agire, mi lascerà incerto e senza giusticazioni.
Sempre in riferimento a quanto ipotizzato nell'esempio precedente, quali sensi di colpa investiranno il padre che - avendo deciso di frugare tra quelle pagine - avrà scoperto l'infondatezza dei suoi sospetti e che dunque quella violazione è stata del tutto immotivata?
Per cui: ciascuno faccia per sé la legge morale che ritiene - permissiva e indulgente quanto si vuole - purchè ben meditata, in grado di dare spiegazioni a tutte le nostre azioni, e soprattutto che sappia sempre dare l'assenso o il divieto (anche in misura molto indulgente) ad ogni nostra domanda.
Quando la propria legge morale è arrivata a questo grado di compiutezza, allora essa è pienamente operativa: infatti, oltre a dare l'assenso o il divieto ad ogni specifica domanda senza lasciare spazio all'arbitrio, ci permetterà di rispondere alla domanda-chiave di ogni norma etica: Cosa è morale?
Il mio personalissimo punto di vista
Per quanto mi concerne, a questa domanda la mia etica - oggi! (domani chissá...) offre questa risposta:
Morale è tutto ciò che si compie senza appofittare della debolezza altrui.
Per me non esistono azioni morali "in sé": tutto dipende da come sono compiute. Ad esempio io ritengo che trascinare qualcuno nello scontro fisico non è in sé un atto da condannare; lo è se un bestione aggredisce un mingherlino, o se un adulto picchia un bambino - perché ambedue più deboli dei loro aggressori. Non lo è se, invece, l'aggredito e l'aggressore sono entrambi adulti e hanno la stessa corporatura. Torna ad esserlo però se l'aggressione avviene alle spalle, quando la vittima - pur avendo la forza per difendersi - è colta di sorpresa, in uno stato cioè di debolezza.
Alla luce di questo per me:
Non esistono "azioni turpi", ma solo "azioni compiute turpemente".
Faccio adesso un esempio volutamente estremo e provocatorio: un adulto approfitta di una ragazzina. Tutti concordano nel giudicarlo un atto turpe. Lo squallore però a mio avviso non sta nel fatto "in sé", ma nel modo in cui - eventualmente - è perpetrato, cioè con l'abuso, con la prevaricazione di una debole creatura. Ma cosa diremmo se l'adulto paradossalmente avesse ottenuto il consenso della ragazzina? In quel caso, non essendoci più prevaricazione - pur non condividendo - io non lo giudicherei un atto immorale. E non so in quanti sarebbero d'accordo con me.