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appunti di un estremista
Zibaldone dell'Onor cavalleresco


Eppur mi son scordato di te?

Sir GawaynVisto che si è aperta la vena delle citazioni autorevoli, ne approfitto per scomodare anche il buon Manzoni che sentiva di dover sciacquare i propri panni in Arno, e quindi abbeverarsi direttamente alla fonte.
Per questo - piuttosto che parafrasare testi di letteratura cavalleresca - preferisco riportarne qui qualche brano, al quale dove necessario, aggiungerò qualche breve commento. Cito questi passi nonostante io sia convinto che sia tutta roba dimenticata e forse da dimenticare.


L'ONORE

E' persino puerile dire che il valore di un uomo si misura dalle sue qualità. Ma forse non lo è altrettanto dire che tali qualità devono essere mostrate, anzi, quasi ostentate; altrimenti chi potrà apprezzarle? Chi celebrerebbe il talento poetico di Leopardi se questi avesse tenuto segrete le sue poesie?
Un neo-cavaliere deve, né più né meno che un cavaliere medievale, mettere a frutto apertamente le capacità che la natura gli ha donato. Se può dunque, deve aiutare gli altri. In primo luogo i "deboli", ossia chiunque è in balia di soprusi, e poi in generale chiunque ne faccia richiesta. Ma soprattutto non può sottrarsi al dovere di dare appoggio agli amici, perché l'amicizia è un vincolo sacro e impegnativo, qualunque sia il rischio a cui si può andare incontro.
Messer Galvano, nel giorno in cui fu istituita la Tavola Rotonda, giurò:

Parsifal è il romanzo in cui si ripercorre l'educazione cavalleresca di quello che sarà uno dei cavalieri esemplari di tutti i tempi. Da questo romanzo provo a proporre un'altra listarella di regole minime a cui un cavaliere dovrebbe sempre attenersi:

Dal maestro di Parsifal, Gorneman di Gorehaut, apprendiamo poi che un buon cavaliere deve sempre concedere la grazia; deve concedere l'aiuto non solo quando gli viene chiesto direttamente, ma anche quando viene a conoscenza di situazioni che lo richiedono; e - soprattutto - deve parlare poco:

Le ultime due regole sopra enunciate le apprendiamo dal cavaliere Farien. Per bocca di quest'ultimo apprendiamo anche i rapporti di lealtà tra un cavaliere e il suo signore. Ora, un neo-cavaliere non ha né re né signore a cui obbedire, ma quelle norme possono e devono essere adattate alla modernità. Il signore era colui a cui un vassallo in cambio di una contea giurava fedeltà e appoggio. Quest'atto di sottomissione del vassallo al re, nel linguaggio cavalleresco era inteso come "dare la propria fede" oppure "rendere l'omaggio".

Bene, ma quando noi oggi promettiamo amicizia non è come se dessimo la nostra fedeltà, il nostro appoggio? Queste norme dunque vanno osservate nei confronti dei quali si stringono rapporti di reciproca fiducia.

 

L'ESSERE E IL MOSTRARSI


Citazioni da: I Romanzi della Tavola Rotonda, a cura di J.Boulanger; Perceval, Ywain e Cliges di Chretien de Troys; Tristan di Gottfried Von Strassburg.