L'Italia sta male, almeno quanto la Francia che se n'è accorta solo la scorsa domenica sera.
Trascurando il prezzo del caffè e dei preservativi, le vicissitudini dell'articolo 18, i criminosi fratelli Dalton - Biagi, Santoro (le cui trasmissioni somigliavano comunque più al mercato del pesce di prima mattina che a un comizio trotskista) e Luttazzi -, il sintomo più evidente del malessere italico consiste nella denatalità, nonché nella carenza di citofoni funzionanti.
Il fatto che l'Italia del Nord - oggi così opulente quando trent'anni fa gli autoctoni celti mangiavano la suola delle proprie scarpe al dessert per evitare gli inevitabili peti causati da un malessere esistenziale di tipo sartriano - abbia il tasso di fecondità più basso d'Europa è allarmante: si ha, mediamente, meno di un bambino per ogni donna (ma due macchine, tre televisori e venti pasticche di ecstasy per ogni singola persona).
Fino ad oggi, la forte natalità del Mezzogiorno compensava la debole natalità del Nord e la migrazione Sud-Nord assicurava il mantenimento dell'equilibrio. Ma da qualche anno, la fecondità è bruscamente ceduta anche nelle province del Sud: 1,3 bambini per ogni donna nel 2000. Dello 0,3 di bambino che rimane, la responsabilità è ovviamente degli alimenti geneticamente modificati, come sa ogni ambientalista analfabeta!
A questo ritmo tribale, i demografi non solo prevedono un abbassamento della popolazione totale - che ora si aggira attorno ai 60 milioni - fino a 40 milioni entro il 2050, ma anche una riduzione drastica del volume dei testicoli e delle tette. Nessun popolo è in grado di reggere un tale trauma, neanche i topi di laboratorio.
Comunque se ciò succedesse, l'equilibrio generale dell'Europa ne verrebbe scosso, già solo per il fatto che l'Italia avrebbe allora lo stesso numero di voci - 8 per l'esattezza, invece di 10 - della Spagna al Consiglio Europeo dei Ministri e circa 60 - invece degli attuali 81 - al Parlamento Europeo.
Malgrado le congetture dei demografi, dei sociologi e dei segaioli di turno, il perché di una debole o di una forte natalità non ha tutt'ora una risposta soddisfacente, ma nel caso dell'Italia sembra sia in causa la struttura particolare della famiglia. Infatti, il modello familiare italico somiglia molto ad una struttura larveare, schematizzabile in poche parole: genitori schiavi della progenie viziata dai genitori schiavizzati dalla progenie viziata.
Infatti, la mamma assicura un servizio domestico di alta qualità - pasta succulente, casa arredata in modo lussuoso e pulita in modo ossessivo ogni giorno, camicia stirata ogni sera affinché le proli siano briose quando escono a fare i cafoni nei bar di tendenza o T-shirt con il logo "no logo" strizzolati affinché le proli rivestano l'uniforme della gioventù ribelle e responsabile che partecipa, per esempio, all'ultimo sit-in contro la guerra, la fame, il morbillo, la carne trita o la vecchiaia nel mondo, prima di andare al cinema d'essai più vicino per visionare l'ultima supposta fecale ad effetti collaterali soporiferi (vanno lì per tentare di trombare, mica per altro). Ciò rende difficile la vita delle madri che hanno un impiego.
Da parte sua, il padre lavora sodo per finanziare questi lussi: ha quindi spesso due lavori, soprattutto al Sud, uno dei quali in nero, sennò come farebbe per comprare la macchina sportiva (con hifi ultimo modello) al figlio per il suo diciottesimo compleanno o per i buoni voti alla maturità.
Le proli adulte vivono da parassiti modelli a casa dei loro genitori fino a trent'anni passati: maschi e femmine generalmente non contribuiscono alle spese domestiche ("Mamma, papà, rispettate la mia indipendenza!... che si mangia stasera? No, cazzo! Mamma, t'ho già detto che non mi piace la pasta al dente! Rifalla! Cazzo! E sbrigati, tra mezz'ora esco con Giancarlo Umberto Rex!") e se hanno un impiego o un piccolo lavoro, il guadagno che ne traggono loro serve da "argent de poche". Non di meno, vivere dai genitori non impedisce ai parassiti professionisti di avere un rapporto amoroso (più o meno) stabile poiché i genitori lasciano sia ai maschi che alle femmine un'autonomia completa. Vita facile e deficienza congenita. Poi ci si stupisce che votino come dei bovini, o meglio, come dei vitelloni. O addirittura che non votino affatto, anche se sarebbe magari meglio così.
Due cifre traducono questa strana vita di famiglia alquanto promiscua: 1) i giovani uomini lasciano la casa dei genitori mediamente a 27 anni quando in Danimarca la lasciano a 20. Questa tendenza si sta addirittura rafforzando: tra il 1990 ed il 1998, la quota dei 25-29 anni domiciliati dai loro genitori è passata dal 40% al 60% (quando, per esempio, in Francia è passata nello stesso periodo dal 18% al 21%) e quella dei giovani uomini tra 30 e 34 anni che non hanno ancora lasciato il domicilio dei genitori è aumentata passando dal 18% al 30%. 2) il tasso di nascite fuori matrimonio è il più debole d'Europa occidentale con la Svizzera (8,3%) che di bovini se ne intende, quando è di quasi 40% in Francia e 50% in Danimarca: mediamente, le femmine si sposano a 28 anni e hanno il primo figlio a 29. Quindi l'Italia è, con la Spagna, l'unico paese d'Europa dove il matrimonio viene considerato come preliminare alla procreazione. Da scoppiare dalle risate, se non fosse imbarazzante e dannoso.
I giovani si sposano sempre più tardi ed aspettano di avere un impiego stabile e lucrativo sdraiati davanti la tivvù, di essersi confortevolmente installati, per generare le (o la) prole. Inoltre, avendo conosciuto per esperienza propria il carico che rappresenta un figlio se si vuole che sia cresciuto come lo sono stati loro stessi, e, nella loro mente demente ma lucida e calcolatrice, sapendo che questa sopravalutazione del figlio ha indotto la schiavizzazione dei loro genitori, i giovani non sono disposti a riprodurre questi schemi. Nei ceti sociali medi anche di quoziente intellettivo, la prima nascita è spesso ritardata di cinque o sei anni dopo il matrimonio. Questo ritardo della prima nascita diminuisce sensibilmente le chance di averne una seconda. Meglio così: vi sono già troppi cretini in libertà non vigilata.
I maschi fanno la bella vita ed aspettano che la loro moglie riprenda il ruolo della mammina, curandoli con affetto e dedizione. Ma vengono crudelmente disillusi poiché le donne rifiutano di riprodurre il modello materno e di spendersi senza contare per assicurare il servizio domestico di alta qualità a cui i loro mariti sono stati abituati. Le donne - dopo aver capito che l'orgasmo femminile è una truffa - hanno altre aspirazioni e frequentano la scuola sempre più a lungo. Al Nord, sono numerosissime a preferire il mercato del lavoro a quello della casalinga smarrita alla Madame Bovary. Quando un fiore nasce, la pasta scuoce. Per contro, al Sud, la situazione delle giovani donne è allarmante: nel 2000, il loro tasso di occupazione era di 9,9% tra i 15-24 anni (contro 36% al Nord) e di 26,5% tra i 25-34 anni (contro il 70,9% al Nord). Il tasso di disoccupazione globale è comunque di 20% al Sud e di 5% al Nord. Il che fa riflettere, soprattutto quando si sa che al Sud le donne lavorano, ma in condizioni allucinanti: senza contratto di lavoro - quindi in nero - in piccole imprese semi-dittatoriali, un po' come gli schiavi cinesi, in alcune aziende occulte di tessuti e di indumenti all'ingrosso collocate nelle cantine più insalubri che esistano, per il bene dei mercatini e dei supermercati.
Leben heisst Leben!
Lo Stato provvidenza è anche lui responsabile di questa situazione. Per poter creare una famiglia, i giovani devono trovare facilmente una casa a buon mercato. Purtroppo, il mercato immobiliare di locazione è molto stretto - è un eufemismo - contrariamente alle tasche delle agenzie immobiliari e all'ano di molti proprietari di immboli, e lo Stato provvidenza non fornisce l'aiuto alla locazione: solo 20% delle famiglie sono locatari nel settori privato. Tanto chi se ne frega, c'è mamma e papà che compreranno la casetta per i parassiti ingrati.
Un'immigrazione massiccia sembra quindi essere, a breve termine, l'unica soluzione possibile per poter controbattere questa catastrofe demografica annunciata. Immigrati sì, ma non solo manovali (che mancheranno comunque al Nord poiché essendo il tasso di disoccupazione uno dei più bassi di Europa, i giovani nordisti tendono ad accorciare la durata degli studi perché riescono ad inserirsi facilmente nel mondo del lavoro). Infatti, l'industria ed il settore terziario - che si tratti di piccole, medie o grandi imprese - richiedono sempre più tecnici, ingegneri ed impiegati con un livello minimo equivalente alla maturità. Negli ultimi anni, gli immigrati, contrariamente a quanto pensano i leghisti ed una frangia non trascurabile della popolazione italica che si informa solo di calcio, hanno spesso una formazione superiore a quella dei loro coetanei italici, parlano meglio l'italiano e, comunque, fanno più figli. Questi pagheranno a loro volta le pensioni dei futuri vecchi leghisti che di figli ne fanno quanto un piatto di burro danese ammosciato.
Niente buonismo assuefatto di "buonselvaggismo": trattasi semplicemente di leggere i dati statistici.
Un'altra soluzione - che andrebbe realizzata parallelamente alla soluzione immigratoria - consiste nel potenziale femminile. Infatti, le donne costituiscono l'unico serbatoio di lavoratrici (manodopera, diplomate, laureate) disponibile in situ. Benché il tasso di occupazione delle donne italiche si sia elevato negli ultimi anni fino a raggiungere la media europea (55%), nel caso in cui le donne, soprattutto quelle dell'Italia del Nord, si mettessero ad avere un impiego, il tipo di vita familiare fondata sulla mamma non potrà perpetuarsi a lungo. Magari, allora, le donne ricominceranno a procreare giovani o comunque a procreare tout court, salvando così il paese dal suicidio collettivo.
La condizione della donna deve quindi essere riconsiderata da cima in fondo: nelle nostre società, è necessario che le donne abbiano un impiego molto giovani se si vuole che possano avere più figli. Il matrimonio non deve più essere la condizione alla procreazione. E' quindi necessario spingere le donne ad entrare massicciamente nel mercato del lavoro: per far ciò, bisogna scaricarle dei compiti parentali ed educativi. Lo Stato provvidenza deve assumere il ruolo di relais per la famiglia tradizionale tramite incentivi locativi per le giovani coppie, privilegi alle madri nubili, creazione di asili nido di ogni genere e di scuole materne, creazione di congedi parentali non solo femminili. Infine, il matrimonio tardivo essendo un freno alla natalità, bisognerebbe che questo non sia più il preliminare di obbligo alla nascita di un figlio, come succede invece negli altri paesi europei. La responsabilità della Chiesa cattolica e del suo peso culturale - anche se si sa che la maggior parte delle coppie che si sposa in chiesa non lo fa per fede ma perché ritiene bella la cerimonia ed il rito - non è quindi trascurabile.
La struttura familiare devo scoppiare: la mamma deve buttare fuori i suoi figli il più presto possibile, a calci in culo se necessario!
Infine, bisogna dare dignità agli immigrati e semplificar loro la vita (per esempio, mediamente, sono necessari 5 mesi per rinnovare un permesso di soggiorno... 5 mesi in cui le loro libertà e diritti, ma non doveri, sono ridotti all'osso).
E' la sola speranza perché l'Italia eviti il suicidio che la minaccia e perché eviti anche di sprofondare nell'ignoranza parissitare grezza in cui si è intrufolata.
Unica conclusione possibile: votate per me! Farò tanti figli a tutte le donne italiche!
E mi chiedo altruisticamente: che fa il governo? Un bel nulla! Diogene Van Botul
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