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• Domenica 27 Giugno 1999
Guasto al congresso dei Popolari, nube radioattiva su Rimini
Centrobyl: dopo Tokaimura, nuovo incubo nucleare
RIMINI - Il Nord Adriatico in quarantena, migliaia di riminesi costretti a barricarsi in casa, gestanti che rischiano di mettere al mondo bambini con la faccia di Mino Martinazzoli. Solo oggi appaiono in tutta la loro enormità le conseguenze dell'incidente occorso durante la fissione del nuovo segretario del Partito Popolare, avvenuta sabato notte in un apposito stabilimento nei pressi di Rimini. I primi a intuire il disastro sono stati proprio i Popolari che, fedeli alla propria tradizione di trasparenza e di correttezza, hanno chiuso immediatamente il congresso e se la sono svignata alla chetichella senza avvertire le autorità del pericolo. Il sindaco di Rimini è costernato: «Ci avevano assicurato che la Dc era già stata scissa da tempo e non c'era più rischio di dispersione di particelle di democristonio, i famigerati centroni. I nostri esperti avevano eseguito ulteriori rilevamenti sul Ppi, confermando che si trattava ormai di un partito del tutto inerte e privo di energia». Nessuno poteva immaginare che sotto quel guscio ribollissero ancora correnti e veleni. A farne le spese sono stati i lavoratori di un'impresa di pulizie che domenica mattina sono entrati ignari di tutto nella sede del congresso, ingombra di montagne di pattume. Uno dei netturbini ha raccolto da terra un pacco di fogli, senza sapere che si trattava dell'intervento di Enrico Franceschini. «E' stato orribile - racconta un compagno -, si è messo a gridare e a strapparsi i vestiti di dosso e poi si è sbranato a mani nude accusandosi di essere Franco Marini. Siamo fuggiti a gambe levate». Ma ormai era troppo tardi. Nei quartieri circostanti molta gente si era svegliata scoprendo di parlare solo con un pesante accento irpino. Altri hanno dovuto ricorrere a cure mediche per placare una rabbiosa fame di poltrone che licostringeva ad addentare il mobilio di casa. Ma cos'è accaduto veramente nella notte di sabato? Gli esperti collegano l'accaduto alle profonde fratture emerse nel corso delle assise popolari. «Considerate le dimensioni del Ppi - spiega uno scienziato del Cnr -, dividerlo è come dividere l'atomo. Per scongiurare il rischio di contaminazione le scorie dello Scudo Crociato dopo lo smantellamento andavano interrate ad almeno cinquecento metri di profondità».
di Lia Celi


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