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• Mercoledì 14 Novembre 2001
Anche senza i Taliban Kabul fa schifo lo stesso
Afghanistan: costernazione nel mondo dopo la liberazione della capitale
KABUL. Le illusioni sono durate pochi minuti. Per la precisione, finché Radio Kabul ha ricominciato a diffondere le note di una famosa canzone d'amore afghana, messa fuorilegge dai Taliban. Alla fine della prima strofa, molti hanno dovuto ammettere che in fondo gli studenti coranici non avevano tutti i torti.
«Stavo per ritornare di corsa nella mia patria - confessa un perseguitato fuggito in Pakistan -, ma appena ho risentito quella roba ho pensato che non c'è poi tutta questa fretta». La più sorpresa è l'opinione pubblica occidentale, che grazie a giornali e tivù si era persuasa che lo squallore della capitale afghana fosse un malefico sortilegio gettato dai fanatici Taliban, e che, una volta cacciati il mullah Omar e i suoi seguaci, Kabul sarebbe diventata la succursale asiatica di Parigi.
Le televisioni hanno mostrato casermoni agghiaccianti, spiazzi brulli, alberelli sparuti e, dissolto l'intrigante mistero delle barbe e i burqa, i kabulesi maschi e femmine hanno rivelato facce insignificanti, esattamente come se ne trovano in ogni parte del mondo. I profughi di più vecchia data continuavano a ripeterlo: la colpa non è né dei sovietici né dei taliban, l'Afghanistan è sempre stato un postaccio di suo fin dai tempi di Alessandro Magno.
Proprio a Kabul, infatti, il condottiero macedone dovette interrompere la sua leggendaria avanzata verso est: le sue truppe, scandalizzate dalla desolazione del luogo e dall'infame cucina pashtun a base di budella di montone, lo piantarono in asso e se ne tornarono difilato in Grecia. Il territorio era talmente povero che perfino le selvagge orde di Gengis Khan, venute per razziare, si sentirono in dovere di fare una colletta di beneficienza.
Ore d'ansia anche per l'ottantenne ex re Zahir Shah, da tempo in esilio a Roma, che si era impegnato a tornare a Kabul dopo la cacciata dei taliban. Agli inviati afghani venuti a prelevarlo, il nobiluomo si è rifiutato di aprire la porta del suo appartamento ai Parioli, sostenendo di essere la signora Assunta Caccavale vedova Fiasconi.
di Lia Celi


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